RIFF: mezze recensioni per film visti a metà.


«Ma come? Recensisci un film che nemmeno hai visto per intero?»
Lo so, lo so, ma bisogna pur difendersi in qualche modo da tali violenze.

 

 

“Diciottanni – Il mondo ai miei piedi”
Regia: Elisabetta Rocchetti


La storia di un’adolescenza vissuta troppo in fretta. Ludovico è giovane, bello e ricco. Per questo le donne lo desiderano e lui non si nega, neppure alla sua professoressa e alla madre del suo migliore amico. Quando Ludovico incontra Giulia, sembra che le cose possano cambiare, ma qualcuno ha tramato alle sue spalle per 18 lunghi anni…


Ci tengo particolarmente a scrivere questa recensione perché il film Diciottanni – Il mondo ai miei piedi di Elisabetta Rocchetti uscirà in sala il 29 Aprile 2011 e qualcuno deve pur mettervi in guardia! Ho appena appreso – non senza una gran dose di stupore e derivanti espressioni di sbigottimento – che questo pessimo film ha ricevuto il Premio della Critica e Premio Miglior Attore al Terra di Siena Film Festival 2010. Non fatevi ingannare, non andate al cinema a vederlo nemmeno se vi chiede di accompagnarla l’istruttrice di nuoto che provate a rimorchiarvi da due anni, nemmeno se vi propone di portarvici l’istruttore strafigo del vostro corso di Pilates dietro a cui sbavate da mesi; anzi, smettete immediatamente di rivolgere a questi individui la parola perché certe frequentazioni sono dannose per la salute mentale e cambiate giro. Mi ringrazierete. Diciottanni – Il mondo ai miei piedi, primo lungometraggio della cortista Elisabetta Rocchetti rientra nella top-ten dei film più trash che io abbia mai visto. Quasi visto.. Perché dopo un’ora ho abbandonato la sala per spasmi al basso ventre. Un cliché reso film, anzi, video amatoriale, perché definire Diciottanni – Il mondo ai miei piedi un “film” è un insulto anche a Moccia, Babi, Step e Pollo. Diciottanni – Il mondo ai miei piedi è una di quelle visioni che si devono fare collettivamente una smorta domenica pomeriggio, con un gruppo di amici, un paio di casse di birra e un barile di palline di carta accartocciata da tirare alla televisione mentre si ride per non piangere.


“La vita dispari”

Regia: Luca Fantasia


Ludovica Levi
, gallerista romana, chiede a Max, artista e suo ex compagno, di ritrovare Costanza, la figlia ventenne scappata di casa. Max, che ha visto nascere la ragazza e la considera un po’ sua sorella minore, accetta l’incarico e diventa, suo malgrado, un investigatore. Lontano dal suo studio, dai suoi quadri, Max si ritroverà a vagare in una Roma sconosciuta, in cui vivere e ricordare diventano facce della stessa medaglia.


A ripensarci adesso, ammetto che mi dispiace per come sia andata. Perché mi sarebbe piaciuto davvero averne visto un po’ di più per poter vendicarmi in una recensione fatta come si deve. Ma oramai è andata così, dopo venti ridicoli minuti tra prove attoriali pessime, tecnica scadente e una storia patetica, ebbene sì, per la prima volta nella mia vita, mi sono addormentata in sala. Mi ha svegliata strattonandomi la persona con cui ero andata a vedere il film pregandomi di riprendere conoscenza al più presto e andarcene perché non ne poteva più.


(Mi astengo perché non sarei corretta: potrebbe meritarsi un 2 come un 4.)


“Diari del ‘900”
Regia: Stefano Grossi



Il documentario cerca di raccontare il Novecento attraverso testimonianze di diari, affidate all’interpretazione di vari attori italiani: da Elio Germano a Sabrina Impacciatore, Giuseppe Battiston, Gianmarco Tognazzi, Oreste Baldini, che dallo schermo di una webcam accompagnano i filmati d’epoca in 16 e 35 mm.


Questo l’ho visto tutto, giuro. Ma è un documentario che mi ha lasciato molto contraddetta e che mi ha dato da pensare. Vi ho inserito al posto dell’immagine, una delle parti che ho più apprezzato (considerando la relazione tra bellezza del testo citato – Catherine Robbe-Grillet, vedova del famoso romanziere, massimo esponente del “Nouveau Roman” Alain Robbe-Grillet, che pubblicò con lo pseudonimo di Jean de Berg e Jeanne de Berg letteratura sadomaso – e interpretazione di Cinzia Mascoli), ma non perché il risultato registico mi abbia impressionata, piuttosto per mostrarvi qui la struttura dell’intero documentario. Difatti, come potrete notare guardando il video, la struttura dell’intero documentario era questa: a sinistra una (pessima) inquadratura che riprendeva l’attore o attrice interprete del testo citato nell’atto di leggere il documento davanti ad una webcam e, a destra, immagini originali d’epoca. Mi chiedo: cosa ha spinto Stefano Grossi a realizzare un lavoro di questo tipo? Potrei capire la volontà di mettere in relazione uno strumento di ultima generazione come quello di una webcam con immagini d’epoca se il risultato scaturito fosse stato avvincente, interessante, estetico, creativo. A me è risultato statico, noioso, inutile. E poi mi sono chiesta: che lavoro c’è dietro la scelta dei testi citati? E perché non farne una raccolta in un libro? O in un audio-libro se proprio quel che interessava al regista era l’interpretazione di questi attori? Onestamente non vedo l’utilità dal punto di vista registico di spendere (immagino) tanto tempo in una simile ricerca e cernita e scelta di documenti. Sempre considerando la buona fede della ricerca antecedente alla realizzazione. Mi si potrebbe rispondere: i documenti video! Certo, se solo durante l’intero film ci si riuscisse a concentrare a guardarli… le inquadrature di sinistra sono così brutte e inspiegabili che non ho fatto altro che fissarle incredula continuando a domandarmi perché? per tutta la durata del film.


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Info Il Cinema Bendato
Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

2 Responses to RIFF: mezze recensioni per film visti a metà.

  1. giulia says:

    Magari quello di Lodovico ce lo propongono a scuola ahahaha :-D

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