The Tree of Life


titolo originale The Tree of Life
nazione U.S.A.
anno 2011
regia Terrence Malick
genere Drammatico
durata 138 min.
distribuzione 01 Distribution
cast B. Pitt (O’Brien) • J. Chastain (Mrs. O’Brien) • S. Penn (Jack) • F. Shaw (Nonna) • J. Hurst (Zio Ray) • C. Mantecon (Elisa) • K. Whalen (Mrs. Brown) • J. Sipes (Sixth Woman)
sceneggiatura T. Malick
musiche A. Desplat
fotografia E. Lubezki
montaggio H. Corwin • J. Rabinowitz • D. Rezende • B. Weber • M. Yoshikawa
uscita nelle sale 18 Maggio 2011



Contemplazione. Bellezza. Grandezza. Potenza. Distruzione. Dolore. Morte. Perfezione.
Trovo estremamente difficile riuscire a comporre una frase di senso compiuto in grado di introdurre a questo film.
L’evoluzione della storia del Cinema, soprattutto di un cinema vendibile, ci ha abituati – erroneamente, a mio avviso – ad aspettarci sempre e comunque una trama, una sinossi, una storia da seguire nel corso della visione di un film. Convenzionalmente il cinema è diventato un mezzo di divertimento di massa che ha acquistato di conseguenza una standardizzazione delle durate dei lungometraggi di finzione (e a sua volta delle sequenze al suo interno, e delle scene, e delle inquadrature, dei piani etc.) e una standardizzazione di “modalità” di narrazione. A smentire queste due principali convenzioni che ho appena elencato, ci pensano i grandi registi che hanno scritto nel corso degli ultimi cento anni la storia del cinema. Basti pensare – negli esempi più marginali, per quel che riguarda la durata – ai 120 secondi di “Adebar” di Kubelka o alle 8 ore di “Empire” di Andy Warhol o – per quel che riguarda la narrazione – in strettissima relazione con la durata temporale – a “Fino all’ultimo respiro” di Jean-Luc Godard, in cui l’evento principale – punto cardine dell’evolversi narrativo dell’intero film (l’uccisione di un poliziotto da parte di Michel Poiccard [Jean-Paul Belmondo]) – ha la durata di poco meno di un paio di secondi e invece la lunghissima scena dell’albergo “narrativamente inutile” occupa circa venti minuti di pellicola.

Trovo indispensabile fare questa introduzione “di settore”, prima di iniziare a parlare di The Tree of Life, perché potrei comprendere uno spaesamento – se non addirittura un’alienazione – nei confronti di questo film da parte di uno spettatore “comune” (ove “comune” è inteso nel senso più genuino e rispettoso del termine, vale a dire uno spettatore che non si è mai trovato di fronte all’occasione di aprire un libro di tecnica e/o storia del cinema, perché non ha seguito un determinato percorso di studi o perché magari non ha mai sentito la necessità o avuto occasione di approfondire questo campo).

Fatte queste premesse, in The Tree of Life non è una trama che troverete; o almeno, non nel senso in cui siamo abituati ad intendere. L’ultimo film di Terrence Malick  (regista “leggenda”, su cui si conoscono più voci che verità, noto per le grandi pause che si concede –  a mio avviso  estremamente proficue – tra un film e l’altro [tra I giorni del cielo e La sottile linea rossa corrono venti anni]) tesse la sua trama attraverso le sole immagini che mostra (da sempre una delle più grandi sfide del cinema). The Tree of Life è un film di pura contemplazione, un’estasi per gli occhi, un’incredibile risultato cinematografico su cui il regista lavora dagli anni Settanta.  Il film ci introduce ai suoi contenuti con una frase: «Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia» e continua la sua – tecnicamente maestrale – narrazione affrontando questi due concetti, prendendo ad esempio universale la “storia” di una famiglia degli anni Cinquanta, composta da un Padre  (simbolo-portavoce della Natura) una Madre (simbolo-portavoce di Grazia) e tre figli, uno dei quali perderà la vita all’età di diciannove anni. Il  Padre, simbolo-portavoce della Natura – insensibile, logica, “matrigna”  – ha un carattere duro,  severo, e vuole – ma soprattutto deve – insegnare ai suoi (tre) figli come farsi strada nel percorso della vita; un padre che insegna a non essere buoni, perché il resto delle persone altrimenti si approfitteranno della propria bontà, un Padre che insegna – in qualche modo – la sopravvivenza e che tuttavia appare ben lontano dall’idea “giusta” e “spontanea” derivante dal concetto di “Padre”, vale a dire qualcuno in grado di amarci smisuratamente e incondizionatamente e non, al contrario, provocarci sofferenza e immenso dolore, come invece accade nelle specifiche vicende d’infanzia dei bambini e  successivamente in modo più globale nella simbolica morte di uno dei tre figli, richiamato a Dio – e quindi ad un Padre “simbolico-gerarchicamente” maggiore. «Perché ci fa questo se è nostro padre?», chiede giustamente il maggiore dei tre figli. La Madre invece, simbolo-portavoce a sua volta della Grazia, incarna nel suo personaggio la volontà di riavvicinamento, rappacificazione, riconciliazione con quel “problema mistico” inspiegabile che si colloca a fondamento dell’intero film e descritto nelle parole di un versetto di Giobbe che precede il film e ripreso successivamente più volte.  Affrontare il dolore e la sofferenza attraverso un processo di perdono incondizionato – ma forse ancor di più attraverso una comprensione incondizionata. Si sente dire da una donna, al funerale del figlio: «Dio dà e Dio riprende», così come il prete durante la messa funebre ribadirà che sarà inutile condurre una vita da giusti, poiché è proprio una prerogativa di Dio concedere la vita e successivamente riprendersela, senza concedere spiegazioni.
La risposta a tutto questo sarà la madre a concedercela, attraverso le parole «Se non ami, la tua vita passerà in un lampo». E’ dunque l’amore l’unico senso, l’unica risposta possibile. Non importa se esiste un Dio o meno, da dove veniamo, chi siamo e perché (il tutto descritto nel prologo estasiante e incredibilmente splendido dell’inizio); ci rendiamo conto dell’annullamento più totale della capacità di dare un senso dell’essere umano (reso in maniera sublime nell’inquadratura della signora O’Brien che vola sospesa ruotando su sé stessa in aria) e l’unica via, l’unico modo per ricongiungerci al tutto è l’amore e riuscire a comprendere tutta la meraviglia che ci circonda.

Detto tutto questo, vi rendo partecipi del fatto che probabilmente tornerò a guardare il film per capirlo meglio o provare a ricevere nuovamente i suoi impulsi dopo un’analisi razionale successiva, perché l’unica vera – e per quel che mi riguarda soffertissima – nota dolente di questo film è che non è riuscito a trasmettermi altrettanti impulsi e reazioni a livello emozionale come invece vi è riuscito intellettualmente. Per un film di questo (altissimo livello) credo sia un elemento determinante per fare il definitivo e ultimo salto di qualità.

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9 Responses to The Tree of Life

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  2. bimbi sperduti says:

    grazie! mi hai aiutato a fare un pò più di chiarezza con la tua recensione; e a proposito di emozione: a me ne ha date molte, la dolcezza e l’incanto di certe immagini… io lo trovo una pura celebrazione alla vita, solo le immagini dei bambini varrebbero il film!

    • Grazie a te per esserti soffermato(/a?) a leggere e a commentare. Sono felice la mia recensione possa averti aiutato, mi auguro avremo modo di scambiarci pareri qualora passerai di nuovo qui. :)

  3. Tommaso says:

    Voto 8?!?!? Ma come si fa a dare 8?!? Diciamo che si può dare anche 9 per l’estetica, ma 2 per l’emozione che trasmette. La media voto è insufficiente senza ombra di dubbio. Ok, è cinema e non un film. Però a tutto c’è un limite. Vi invito a leggere cosa ho scritto io, ovviamente è un giudizio piuttosto negativo, ma confrontiamoci: http://onestoespietato.wordpress.com/2011/05/28/the-tree-of-life-malick-delude/ ditemi la vostra!

  4. lo vedrò sicuramente

  5. Pierrot Lunatico says:

    Cinema è estasi, contemplazione, distruzione, catarsi..come ogni forma d’Arte dovrebbe essere.

    Avevo visto il trailer è mi aveva colpito molto..lo vedrò certamente.
    fortuna che sono esistiti Kubelka, Warhol, Godard e altri….fortuna che esiste un Terrence Malick.

    grazie al solito Ale per le recensioni e i consigli

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