Cut

Speciale Venezia

Orizzonti
Cut, Amir Naderi

Al Lido hanno gridato al capolavoro. Ed io mai come per questo film mi dissocio a piena voce. Cut è la storia di un regista che non riesce a far uscire i suoi film, gira per la città urlando a favore dell’indipendenza e la liberazione del cinema, nel nome del grande cinema del passato, in nome di un cinema che è Arte e non una puttana e che bisogna dire basta al cinema d’intrattenimento che incentra la sua filosofia sul solo denaro, che chi si mette contro il cinema dovrebbe essere maledetto. Insomma, nei primi dieci minuti lui è come se leggesse il manifesto del Cinema Bendato. Vi ho sconvolti? Non credete, nei primi dieci minuti, la mia stima nei riguardi di questo film era alle stelle. Ho più e più volte allungato la mano nella borsa per cercare una penna e appuntarmi le sue frasi, senza riuscirci perché troppo presa a leggere i sottotitoli che traducevano dal giapponese.
Insomma, poi che succede, mi chiederete?
Succede che dopo questi primi dieci minuti, una gang mafiosa viene a cercare il regista, imponendogli di sanare un debito di 13 milioni di yann entro 14 giorni lasciato dal fratello, a cui il mancato pagamento è valso la vita. E fin qui andrebbe anche bene, se non fosse che per il resto del fil, (di 132′ totali, dopo i primi dieci, i restanti 122′) c’è il regista che, per riuscire a sanare il debito, decide di farsi prendere a pugni da malavitosi, in cambio di denaro. 122 minuti di pugni ad un uomo. E quando dico 122 minuti solo di pugni ad un uomo, non scherzo. Per carità, in quel momento è evidente la trasposizione simbolico-metaforica del Cinema maltrattato, con il solo interesse del denaro, rafforzata anche da alcune belle inquadrature del corpo del regista pieno di lividi steso su un letto su cui un proiettore riflette immagini di celebri film del passato. In sostanza l’idea di questo film è splendida, ma la realizzazione è pietosa. E il film risulta estenuante. Se l’idea era quella di parlare del cinema d’autore da salvare dalla supremazia del mercato commerciale, perché per 120 minuti un uomo viene pestato a sangue in cambio di soldi? E’ come voler parlare di Mozart e fare un film sull’uncinetto. Ma come sei superficiale, è una metafora. Sì, vabbè, ma ci sono molti modi per affrontarla. Questo urlo al capolavoro mi rattrista e indigna, perché mi sembra un atto di incapacità di distinguere una buona idea da una buona realizzazione di una pellicola e mi lascia la sensazione che questo giudizio derivi dal senso di colpa del non fare nulla attivamente per sostenere il cinema d’autore, ma un rifugiarsi ipocrita dietro delle parole che si condividono ma che non si ha la forza di mettere in pratica. Se mai vi capiterà di imbattervi in questa pellicola, vi invito a visionarla e in tal caso di confrontarvi con me per farmi presente il vostro punto di vista. Un altro aspetto che ho trovato di disturbo di questa pellicola è la carenza di una fotografia “orientale”. Il film è ambientato in Giappone e recitato in giapponese, ma il regista è iraniano, e nonostante il direttore della fotografia sia Keiji Hashimoto, e dunque di origine giapponese, a mio avviso la fotografia manca completamente di quelle peculiarità tipiche e splendide del cinema orientale, in cui la composizione diventa vera e propria narrazione di spettacolarità visiva. Un film che come questo si propone un compito così lodevole come quello di aprire il dibattito sul cinema in decadenza, mi fa pretendere che sia all’altezza nella gestione del suo materiale e nella sua realizzazione, della forza delle sue idee. Il fatto che non ci riesca mi procura un’indignazione molto più grande anche rispetto ad un film commerciale di serie D. E con questo la mia recensione-sfogo è conclusa. Passo e chiudo.

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3 Responses to Cut

  1. Serena says:

    Guarda Rita, io penso che quelli di Pasolini erano altri tempi in cui c’era bisogno di metafore. Penso che attualmente si abusi in maniera assurda di questo modo di fare cinema. Pure nel teatro c’è lo stesso problema… sì, se ne dovrebbe parlare!

  2. Rita says:

    Mi hai incuriosita. Lo guarderò non appena mi sarà possibile e poi ti dirò.

    Ti lancio la palla per una discussione (non appena avrai tempo): quando vidi “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini, pensai più o meno la stessa cosa che tu hai pensato in merito a questo “Cut”: va bene la metafora, e la comprendo (mica sono un’ignorantona, no?), nello specifico del film di Pasolini il Fasci-Nazismo paragonato al male assoluto, all’abominio ed a tutte le forme di abiezione possibile di cui è capace l’essere umano, però, esteticamente (provocazione a parte, ma le provocazioni non hanno di per ciò solo un valore artistico), era davvero necessario mostrare gente che mangia escrementi, torture, sangue (come nel peggior splatter)?
    Insomma, a me quel film ha fatto schifo ed ho trovato la provocazione inutile in quanto troppo facile, grossolana, volgare. Metafora sì, ma c’è metafora e metafora.
    O no?

    • A livello teorico sono d’accordo. Però c’è da dire che non ho ancora visto il film di Pasolini di cui parli. Spero riusciremo a confrontarci quando entrambe avremo “recuperato” la visione dell’altro.

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