Wuthering Heights

Speciale
68 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

Concorso
Wuthering Heights, Andrea Arnold

Wuthering Heights (Cime tempestose), il celebre romanzo di Emily Brontë, ha ricevuto numerosi adattamenti cinematografici e televisivi, tra cui ricordiamo il più celebre diretto da William Wyler del 1939, ma anche quello del 1953 adattato in uno stile meno convenzionale per la regia di Luis Buñuel con Abismos de pasión, o ancora una versione di Robert Fuest del 1970 e ancora nel 1992 Juliette Binonche interpretava sia il ruolo di Catherine Earnshaw, sia quello di sua figlia, nella versione di Peter Kosminsky. Ma anche un adattamento per la BBC nel 1953 e uno per la Rai nel 2004.

Questa introduzione è per chiedersi come mai Andrea Arnold, regista e sceneggiatrice britannica premiata due volte dal Festival di Cannes  con il premio della giuria per i suoi due precedenti lavori di lungometraggio Red Road e Fish Tank abbia deciso di cimentarsi nell’ennesimo riadattamento di Cime tempestose. Il risultato è brillante a livello tecnico, con una fotografia ammaliante che si guadagna infatti un premio alla 68 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ma lascia perplessi sulle motivazioni che abbiano spinto la regista a realizzare proprio questo soggetto. 128 minuti, ammetto, da me mal sofferti, che mi hanno trasportata in una ridondanza temporale troppo lontana per essere condivisa. Ma sono sicura che se amate i film in costume e il libro della Brontë, questo film saprà ripagarvi.

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4 Responses to Wuthering Heights

  1. Pingback: Speciale Venezia68 « Il cinema bendato

  2. Rita says:

    Ah, ho capito, hai un problema con i film in costume :-D

    Mi fa piacere che Fish Tank ti sia piaciuto :-)

    A me ha colpito molto la scena finale, quella in cui lei e la madre ballano insieme, l’unico vero momento in tutta la loro vita in cui forse riescono a comunicare, a sentirsi vicine.

  3. Rita says:

    Lo vedrò sicuramente perché Wuthering Heights è tra i miei romanzi preferiti e quindi sono interessata ad ogni sua trasposizione cinematografica o opera derivata.
    Perché perplessa sulle motivazioni che hanno spinto la regista a realizzare una sua trasposizione? Allora lo stesso si potrebbe dire per Faust di Sokurov, no?
    W.H. è un’opera cardine nel panorama letterario, così densa di significati e rimandi simbolici che vanno oltre la storia stessa, comunque tra le più avvincenti e “maledette” che siano mai state raccontate. Ogni epoca si rapporta all’epoca della Bronte secondo parametri che le sono propri, ed anche per questo i riadattamenti precedenti (specialmente quelli del 1939 di Wyler e quello del 1953 di Bunuel) hanno un valore del tutto diverso da quello che potrebbe averne uno oggi (tipo questo di Andrea Arnold).
    Certo, come in ogni riadattamento di ogni grande opera classica resta poi da vedere quale ne sia il valore aggiunto, se in grado di offrire una prospettiva ed una lettura inedite oppure no.
    E, personalmente, è proprio con questa curiosità che mi avvicinerò al film.
    E Fish Tank, invece, l’hai più visto?
    Un saluto :-)
    Sotto questo profilo, secondo te, dice qualcosa di nuovo?

    • Infatti lo stesso discorso vale anche per il Faust.

      “Continuo ad essere della mia modesta opinione per cui il Faust riesca a rendere il pieno del suo potenziale più su carta che su pellicola, di cui ricordo la splendida rivisitazione poetica di Fernando Pessoa.”

      So che è un mio limite, ma non sono una grande amante dei cosiddetti film in costume. Ce ne sono stati molti che mi sono piaciuti, però come tendenza generale, non mi entusiasmano. Raramente riescono a coinvolgermi. Effetto che invece mi provoca immediatamente la pagina scritta.

      Fish Tank alla fine l’ho visto! E devo ringraziarti, perché mi è piaciuto davvero molto. (:

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