Diario di una schizofrenica


__FOCUS ideato e curato da
Serena Ganzarolli


titolo originale Diario di una schizofrenica
nazione Italia
anno 1968
regia Nelo Risi
genere Drammatico
durata 109 min. circa
cast Manlio Busoni (dottore), Marija Tocinowski (madre di Anna), Margarita Lozano (Madame Blanche), Ghislaine D’Orsay (Anna Zeno), Umberto Raho (padre di Anna), Gabriella Mulachie (infermiera).
sceneggiatura F. Carpi, N. Risi
fotografia G. Albonico




Una ragazza schizofrenica viene ricoverata in una clinica svizzera ed affidata alle cure di una psicoterapeuta che prende a cuore il suo caso. E’ la ricostruzione fedele dei metodi terapeutici e soprattutto del convolgimento affettivo che la terapeuta utilizza per riportare la giovane alla normalità.

a cura di Serena Ganzarolli (voto 9/10)

Cosa può significare il segno “S” tracciato da Anna sul vetro della finestra dello studio di Madame Blanche? Che cosa rappresenta il Paese del Tibet? Quale significato profondo può avere una mela?

E’ interpretando i simboli che la diciassettenne Anna (Ghislaine D’Orsay) lascia intorno a sé, che Madame Blanche (Margarita Lozano) proverà a farla uscire dall’incubo della schizofrenia, usando il metodo più antico, ma allo stesso tempo più all’avanguardia, se si parla di psichiatria: quello della cura e dell’amore.

Cure che Anna non ha mai ricevuto, cresciuta in una famiglia composta da due genitori freddi e distaccati immersi nel lavoro e nella carriera, troppo assenti per pensare a lei, e da una sorella, che lo spettatore non vede mai (forse per non permettergli di fare un parallelo e rivendicare l’unicità fino a quel momento negata alla ragazza?).

Il compito di Madame Blanche sarà quindi quello di far ripercorrere alla sua paziente gli stadi della vita dalla più tenera età fino all’adolescenza, con lo scopo di liberarla dal male e renderla libera. Un lavoro arduo, ma che Madame Blanche si assume senza uno scontato spirito filantropico, ma con la passione di chi crede nelle proprie idee, che ci possa essere una possibilità anche per chi la psichiatria tradizionale giudica “irrecuperabile”, e che invece sta chiedendo solo amore e riconoscimento per il semplice fatto di esistere.

Il film alterna inizialmente i momenti di psicoterapia a quelli in cui Madame Blanche si trova da sola a registrare su cassetta il suo diario, oppure quelli in cui vediamo la ragazza nella sua camera, da sola. Aumentano, poi, le scene ambientate in spazi aperti, dove Anna dovrà confrontarsi col mondo che la circonda.

La telecamera, qui, entra in un luogo esclusivo ed intimo, lo studio di una psicoterapeuta, senza doverne mostrare il lato umano, perché Madame Blanche sembra non essere capace (per fortuna, si direbbe) di separare il proprio lavoro dal privato. Vi entra per raccontare gli spazi delle istituzioni totali come l’istituto psichiatrico e la loro organizzazione, ma anche per dimostrare che un tipo di psichiatria diversa è possibile.

Diario di una schizofrenica può a primo acchitto sembrare una storia banale, ma la grande attualità dei temi è sconcertante: l’assenza dei genitori dalla vita dei propri figli, perché troppo impegnati nel lavoro; il sottinteso aderire ad un modello di uomo che il capitalismo porta con sé, e che il Sessantotto aveva già assimilato (forse senza saperlo), che è quello definito da una certa parte della Psichiatria e Psicologia critiche contemporanee, in particolare da Pisana Collodi nel suo libro La Normalità dell’Handicap, come “autonomo/autosufficiente/anafettivo”; emblematico, in questo senso, è il fatto che nel film si dice che siano gli schizofrenici stessi ad essere anafettivi, mentre come dimostrerà Madame Blanche, gli anafettivi sono tutti coloro che stanno intorno ad Anna senza dimostrarle affetto. Attuale anche perché oggi sembra essere ritornati ad un modello di vita in cui, appunto, bisogna evitare in tutti i modi di essere un peso, di chiedere aiuto, di ricevere cure. E questo film dimostra che è un diritto inalienabile ricevere amore.

Da segnalare la magistrale interpretazione di Margarita Lozano e la capacità con cui l’attrice riesce ad immedesimarsi totalmente in un ruolo che sembra fatto apposta per lei.


Premi: Il film ha vinto nel 1970 il Nastro D’Argento della SNGCI per la Miglior Sceneggiatura.


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2 Responses to Diario di una schizofrenica

  1. Allora facci sapere, Rita, che ne pensi! :)

  2. Rita says:

    La tua recensione mi ha incuriosito, cercherò di vederlo.
    Ed è vero che l’amore resta forse il primo essenziale gesto verso chi soffre di malattie mentali.

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