L’amore che resta


titolo originale Restless
nazione U.S.A.
anno 2011
regia Gus Van Sant
genere Drammatico
durata 91 min.
distribuzione Warner Bros
cast M. Wasikowska (Annabel) • H. Hopper (Enoch Brae) • J. Adams (Mabel Tell) • S. Fisk (Elizabeth Cotton) • L. Strus (Rachel) • C. Han • R. Kase (Hiroshi) • K. Leatherberry (Elliot)
sceneggiatura J. Lew
musiche D. Elfman
fotografia H. Savides
montaggio E. Graham
uscita nelle sale 7 Ottobre 2011



Due ragazzi adolescenti, uniti dal destino e protagonisti di un amore profondo e indistruttibile, passano le loro giornate a porsi domande sulla mortalità imbucandosi a funerali di persone sconosciute.

a cura di Alessia Paris (voto 7,5/10)

La sofferenza custodisce nel suo grembo il seme della poesia e il seme della bellezza. E allora il dolore diventa fonte di ricerca che conduce alla crescita, alla riflessione, ad una nuova costruzione di sé stessi. A volte conduce a nuovi incontri, con persone nuove che hanno sofferto a loro volta e che appaiono ‘diverse‘ da tutti gli altri. Ed è in quella diversità che si nasconde nel profondo il nucleo del dolore umano, un dolore soggettivo e unico, ma anche universale.
Perdita passata e futura. Una morte che separa ed unisce, che crea voragini, che concede abissi, ma che accomuna e che spinge i protagonisti a scivolare in una corsa contro il tempo ma anche verso il tempo, in cui i minuti e i secondi prendono il posto dei mesi e degli anni, in un futuro determinato e circoscritto, quel poco concesso e che resta loro.

Annabel ed Enoch si innamorano sapendo in anticipo il destino del loro futuro; sono consapevoli che inevitabilmente la morte andrà a dividerli e decidono di istruirsi a vicenda per il suo arrivo, giocando con ironia come solo chi ha imparato a soffrire sa fare, in una ballata densa di momenti felici, senza sprecare gli istanti che la quotidianità sottrae agli esseri umani.

L’amore che resta è un film che si rende metafora di qualsiasi rapporto fondato sull’amore, quello di due innamorati come quello tra una madre, un padre e il loro figlio, e ci ricorda come il tempo che resta, di qualsiasi durata esso sia, è importante, è degno di venir affrontato seriamente, ma soprattutto merita di essere rispettato e vissuto, senza lasciarsi scivolare briciole di giorni tra le dita.

Gus Van Sant riesce a ricordarci tutto questo in un modo delicatissimo, come un segreto colmo di consiglio bisbigliato nelle orecchie, eppure già conosciuto e condiviso nel profondo, ma forse banalmente sottovalutato. E lo fa senza sforzi drammatici da copione, senza costringere la sceneggiatura (tratta da un’opera di J. Lew, che ne cura anche l’adattamento cinematografico) in facili cliché o banalizzazioni.

Un piccolo film pieno di poesia, con una fotografia soffusa e avvolgente, capace di commuovere nel profondo e più volte, ma anche in grado di farci provare la bellissima sensazione di essere vivi, come quell’uccellino che ogni notte prima di addormentarsi crede di star per morire, e al suo risveglio, quando si accorge di essere ancora in vita, non può trattenere la sua felicità e si concede in un euforico canto di gioia.

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