La finestra sul cortile


__FOCUS ideato e curato da Alessia Paris

titolo originale Rear Window
nazione U.S.A.
anno 1954
regia Alfred Hitchcock
genere Thriller
durata  112 min.
distribuzione Paramount
cast J. Stewart (L.B.”Jeff” Jefferies) • G. Kelly (Lisa Freemont) • W. Corey (Detective T.J. Doyle) • R. Burr (Lars Thorwald) • T. Ritter (Stella l’infermiera)
sceneggiatura J. Hayes
musiche F. Waxman
fotografia R. Burks
montaggio G. Tomasini


Il fotoreporter “Jeff” Jefferies, avendo riportato una frattura a una gamba, è costretto ad un lungo periodo d’immobilità che trascorre nel proprio appartamento. La monotonia di questa vita di recluso è resa per lui sopportabile dalle visite di Lisa, una ragazza innamorata di lui, e dalla continua osservazione dei fatti altrui attraverso la finestra sul cortile. Tra i vicini sottoposti al suo controllo attira in modo particolare la sua attenzione un certo Thorwald, commesso viaggiatore in bigiotterie, alle prese con una moglie malata e bisbetica. Una notte Jefferies oserva lo strano andirivieni di Thorwald, munito di una valigia di alluminio. Il giorno dopo e nei giorni seguenti il reporter non vede più la signora Thorwald, né può notare alcun indizio della sua presenza nell’appartamento: dicono che sia partita, ma Jefferies subodora un delitto. Aiutato da Lisa egli si dà da fare per raccogliere delle prove che confermino la sua ipotesi..

a cura di Alessia Paris (voto 10/10)

Certi film sono dei capolavori. Lo sanno tutti. O meglio, lo dicono tutti. Allora sarà vero!
Ma perché questi film sono dei capolavori della storia del cinema non tutti lo sanno con certezza.
Con le recensioni analitiche della sezione “Capolavori immortali della Storia del Cinema” mi propongo di spiegarlo con semplicità agli appassionati di cinema non-addetti-ai-lavori.

Se un giorno sparissero misteriosamente dal mondo tutte le copie esistenti di questo film a causa di un potente incantesimo fatto da magici ladri professionisti, e se sempre quel giorno questi ladri chiedessero in cambio per restituirle, chessò… un rene, beh, io glielo darei. Per il semplice motivo che forse il mio modo di approcciarmi al cinema è diventato differente dopo aver visto questo film. La finestra sul cortile è un film immenso, ineguagliabile, destinato a restare l’unico e il solo nell’intera storia del cinema.

Credo di aver delucidato abbastanza la mia posizione a riguardo. Detto questo procediamo con l’analisi, vale a dire, cerchiamo di spiegare perché questo capolavoro della storia del cinema è un capolavoro. In fondo è solo un film di uno che guarda per tutto il tempo dalla finestra… bella trovata! Già, e hai detto niente.

Alfred Hitchcock realizza un film che concentra la sua totale attenzione sullo sguardo, sul rapporto tra guardare ed essere guardati, sull’osservare, lo spiare, l’intromettersi, l’invasione visivo-spaziale di un luogo, in altre parole il voyerismo, in altre parole ancora: il cinema.

La finestra sul cortile è infatti uno di quei grandi film sul cinema (altri esempi che ricordiamo possono essere Cantando sotto la pioggia, Effetto notte, 8 e mezzo…) in cui tuttavia l’analisi del cinema non viene effettuata rappresentando direttamente il cinema, il suo ambiente, i suoi spazi, un set cinematografico, una sala di proiezione e via dicendo, ma analizza il cinema nella sua essenza, attraverso una metafora, attraverso dei parallelismi visivi e simbolici, attraverso la fonte primaria del cinema stesso e attraverso l’elemento primario necessario per approcciarsi al cinema, vale a dire attraverso lo sguardo.

Ma andiamo con ordine: La finestra sul cortile sviluppa contemporaneamente due livelli di organizzazione del testo filmico, da una parte abbiamo la vicenda centrale della trama e tutti suoi connessi sviluppi vincolati alla celebre suspence hitchcockiana, dall’altra abbiamo un interesse e un approfondimento del testo filmico sotto il punto di vista degli elementi inerenti alla struttura del cinema stesso, rendendoli evidenti e rilevanti.

Spieghiamo meglio. Già dalle prime immagini è evidente questo duplice livello sotto in due forme: la prima è quella che ci mostra gli spazi di narrazione, mettendo in contrapposizione l’interno e l’esterno, vale a dire l’appartamento di Jeff (James Stewart) e il fuori, l’oltre la sua finestra, verso il cortile e verso le altre finestre che affacciano su di esso.
L’avanzare della macchina da presa verso le finestre di fronte, amplifica la configurazione dello spazio e mette da subito in evidenza i nostri due primi elementi importantissimi di analisi: lo spazio e lo sguardo.

La connessione tra esterno ed interno mette da subito in evidenza il rapporto tra l’ambiente circostante e l’individuo-Jeff, e comincia a stabilire la connessione con il mondo del cinema nel momento in cui possiamo facilmente dedurre che la condizione di Jeff rispecchia quella dello spettatore cinematografico e quella della finestra rispecchia lo schermo e ciò che ci viene “proiettato dentro”.

Non è certo un caso che il protagonista di questo film, Jeff, sia un fotografo infortunato costretto a restarsene seduto in casa con una gamba ingessata, occupato ad annoiarsi nel suo appartamento. Jeff per passare il tempo e combattere la noia, comincerà ad osservare fuori dalla sua finestra, negli appartamenti del palazzo di fronte casa sua, che affacciano sul cortile interno. Le finestre delle persone osservate saranno quindi schermo nello schermo, riquadro nel quale Jeff guarderà delle “storie” compiersi. La sua condizione di immobilità ben rappresenta quella dello spettatore cinematografico, che non può in alcun modo “raggiungere” a livello pratico le immagini che guarda. Inoltre Jeff compie un’azione segreta, lui infatti sta “spiando” le persone nei loro appartamenti nello stesso identico modo in cui uno spettatore spia storie altrui e da lui lontane. Le persone spiate da Jeff non sanno di essere guardate così come i personaggi di un film non sanno di essere guardati dagli spettatori, ma compiono le loro azioni svincolati dallo sguardo esterno del pubblico.

Già questo a mio parere è magia, è affascinante e coinvolgente. Ma come potrete ben immaginare, non è finita qui.
La condizione di tecnologia del cinema, il fatto che esso sia una macchina tecnologica e la consapevolezza che per riuscire a vedere qualcosa di filmato ci stiamo basando su tecnologie di ripresa, ci viene ripetutamente ricordato da elementi profilmici, vale a dire interni alla storia del film e al contesto filmico, nello specifico attraverso le macchine fotografiche di Jeff, il suo binocolo, i suoi attrezzi. A chi vi dice che Jeff sia casualmente un fotografo, ditegli di andarla a raccontare a qualcun’altro e aggiungete che quando c’è la firma di Hitchcock nulla è affidato al caso.
Non è inoltre un caso anche che Jeff, al momento dell’aggressione da parte dell’uomo che aveva a lungo spianto, si difenda con i flash della sua macchina fotografica. Hitchcock è riuscito a diventare un vero maestro della suspence anche perché caratterizzava i suoi personaggi in base alle loro possibilità di riscatto. Mi spiego meglio. In una scena di cinema contemporaneo in cui un fotografo viene aggredito, non ci stupirebbe se quest’ultimo riuscisse a uccidere l’aggressore con una pistola o un coltello tirato fuori da un cassetto. Questo per Hitchcock era inconcepibile. Perché mai un fotografo dovrebbe avere una pistola in un cassetto? Giustamente. I personaggi nei film di Hitchcock si difendono in base alle loro possibilità e non evadono mai dal loro contesto d’appartenenza. Questa minuscola accortezza, potrà sembrare anche pignoleria, ma in realtà serve ad aumentare esponenzialmente la capacità di impersonificazione con il personaggio. Quante volte quando guardiamo un film americano al momento della rivincita del protagonista in un modo improbabile esclamiamo: “ma vaaaaa!”? Direi tante.

Ma tornando al nostro film affrontiamo ora meglio dell’aspetto del voyerismo, analizzando ora la sostanziale differenza tra Jeff e lo spettatore cinematografico.
Innanzitutto bisogna fare una piccola premessa sul voyerismo che riguarda il piacere di osservare. Lo spettatore prova piacere nel guardare, così come Jeff prova piacere nell’osservare i suoi vicini di casa; altrimenti non potrebbe interessarsi in particolar modo alla storia di uno di loro e sospettare l’omicidio di Thorwald nei confronti della moglie.
Detto questo, Jeff si differenzia dallo spettatore cinematografico poiché Jeff e i personaggi osservati in poche parole sono composti della stessa materia, appartengono allo stesso universo, mentre il cinema si compone di assenza, l’assenza reale dei personaggi in quanto fisicità quando uno spettatore guarda un film. Lui potrebbe toccare ciò che guarda, ma noi pur volendo non potremmo mai toccare fisicamente il personaggio che osserviamo in un film. Arriveremmo a scontrarci con lo schermo.

Partendo da questo concetto possiamo affrontarne altri, come per esempio il ruolo di Lisa (la mai così splendida Grace Kelly) all’interno della narrazione filmica. Il suo ruolo è infatti quello di amica/amante di Jeff, il quale non è disposto ad impegnarsi seriamente con lei. Il percorso del suo personaggio è davvero qualcosa di affascinante e sorprendente, infatti Lisa si trasforma da aiutante di Jeff nella ricerca, a oggetto concreto dello sguardo del protagonista.
Nella celebre scena in cui Lisa deciderà di intrufolarsi nella casa dell’assassino, Jeff compie il doppio ruolo di personaggio e spettatore, poiché oltre a sviluppare una reazione “prestabilita” dalle possibilità emotive e psichiche del suo personaggio, subirà anche un coinvolgimento emotivo derivante dall’impersonificazione tipica del rapporto spettatoriale cinematografico, derivante dall’atto di guardare Lisa nel pieno di una “scena” pericolosa!

Sempre durante questa famosa scena, accadrà qualcosa di inaspettato, che andrà ad interrompere quel processo di “guardare ma non essere guardato” tipico del cinema. Infatti l’assassino si accorgerà, da un gesto di Lisa, di essere osservato dall’esterno e rivolgerà per la prima volta uno sguardo diretto a Jeff.

Per tornare sul discorso del personaggio di Lisa, a mio parere molto interessante, è bene sottolineare come il fulcro della percezione dell’atto dell’osservare di Jeff, sia strettamente connessa con la pulsione sessuale nei confronti della donna.
Vediamo meglio. Lisa prova a sedurre “concretamente” il suo amico, eppure Jeff appare sempre distante e disinteressato. Lisa riuscirà a conquistare davvero Jeff solo quando supererà la finestra, vale a dire quando Lisa si troverà nella posizione di essere guardata e diventerà quindi un oggetto di visione. Per attrarre Jeff, la donna dovrà modificare la percezione che lui ha di lei e lo farà attuando quel tipo di seduzione puramente cinematografica!

Quindi, da una parte Lisa deve necessariamente diventare un soggetto attivo per sopperire all’impossibilità motoria di Jeff, buttando totalmente in aria tutte le “nobili” e rigorose regole del cinema classico hollywoodiano in cui la donna è solo oggetto passivo di sguardo e simbolo di bellezza e l’uomo rappresenta la forza e l’intraprendenza. Dall’altra parte, dovrà sottomettere il suo corpo al piacere voyeristico di Jeff, e quindi lasciarsi guardare, per appagare il desiderio maschile, ma infine per conquistarlo. Così come in altri film di Hitchcock, di cui ricordiamo per esempio il personaggio di Alicia in Notorious – L’amante perduta, Lisa è personaggio d’azione attivo ma anche vittima, assumendo quindi un ruolo maschile e un ruolo femminile contemporaneamente. Benvenuto cinema della modernità! Ecco spiegati gli entusiasmi dei giovani turchi dei Cahiers du Cinéma quando “scoprirono” Hitchcock (e ricordo che fu solo grazie a loro – e in particolar modo di François Truffaut – che Hitchcock venne “sbendato”, nel senso che venne riconosciuto come un maestro del cinema, prima confuso con un regista che si dedicava alle pure “commercialate di genere”, come le chiameremmo oggi).

Il maestro della paura, tesse anche in questo film il velo della suspence su più strati.
Il prolungarsi di una situazione minacciata da un pericolo (come quella della scena citata precedentemente di Lisa in casa dell’assassino) genera inevitabilmente ansia; addizioniamoci l’arrivo dell’assassino stesso e genereremo terrore puro; aggiungeteci anche il fatto che il tutto è guardato da un personaggio che non può intervenire perché non può muoversi e infine, in modo ancora più profondo, tenete conto che noi spettatori, nella nostra condizione di doppia immobilità, possiamo fare men che meno… ed eccovi servita la suspence.

Personalmente non riesco a non trovare avvilente la maggior parte delle produzioni cinematografiche di film dell’orrore o di thriller che costruiscono la loro forza su ridondanti e antiquate musiche dal ritmo pseudo-pauroso e su falsi “colpi di scena”; dico falsi poiché prevedibili da qualsiasi persona non sprovveduta o un minimo smaliziata nei confronti delle strutture delle sceneggiature cinematografiche “medie”.

Concludo questa recensione analitica con la speranza che il cinema acquisti più importanza a livello didattico e che la diffusione di una cultura cinematografica critica (vale a dire lo studio dei film, così come si fa per lo studio di testi letterari) possa svilupparsi oltre che in campo universitario, anche in quello di insegnamento superiore, per accrescere le capacità di giudizio degli spettatori e per far alzare le “pretese” del pubblico, in modo da poter riprendere a produrre molti più film di qualità.

Curiosità.

Hitchcock si ispirò ad alcuni quadri di Hopper per la costruzione delle scenografie interne degli appartamenti.

Hitchcock aveva l’abitudine di comparire brevemente in un cameo all’interno dei suoi film. Nell’intervista con Truffaut, confesserà che la prima volta fu una pura casualità la sua comparsa, poi divenne una sorta di rito scaramantico e poi una vera e propria mania da parte dei suoi fan. Gli spettatori erano così concentrati nel cercarlo, che si distraevano dalla trama, motivo per cui il regista negli ultimi film decise di inserire il cameo nelle prime sequenze, in modo da permettere allo spettatore di “rilassarsi” e non impegnarsi nella ricerca, ma nel poter infine godersi il film. In questa foto, vediamo la sua apparizione all’interno de La finestra sul cortile.

 

 Una celebre foto del set di La finestra sul cortile, con James Steward, Grace Kelly ed Alfred Hitchcock.

Annunci

Info Il Cinema Bendato
Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

2 Responses to La finestra sul cortile

  1. Pingback: Flussi di suoni: Soundtrack_ottobre2011 « Il cinema bendato

  2. sergejbrevjic says:

    puntuale e propedeutica, ottima analisi laterale (a Žižek piacerebbe). Hitchcock è una vera miniera di spunti dialettici e grammatici, e il suo testamento cinematografico è scolpito nella roccia, questo è sicuramente uno dei suoi manifesti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: