The eye of the storm

Film in concorso

titolo originale The eye of the storm
nazione Australia
anno 2011
regia Fred Schepisi
genere Drammatico
durata 118 min.
distribuzione n.d.
cast C. Rampling (Elizabeth Hunter) • G. Rush (Basil Hunter) • J. Davis (Dorothy de Lascabanes) • C. Friels (Athol Shreve) • H. Morse (Lotte)
sceneggiatura J. Morris
musiche P. Grabowsky
fotografia I. Baker
montaggio K. Williams




L’imminente morte della madre riporta al suo capezzale i figli Basil e Dorothy, per ragioni diverse entrambi delusi dalla vita e pieni di rancore verso la donna. L’incontro diventa un’occasione per ripercorrere la vita della madre Elizabeth ma anche per cercare di convincere il fidato avvocato a sistemarla in una casa di riposo, per accelerarne la morte e entrare in possesso dell’eredità.

a cura di Alessia Paris (voto 6/10)

The eye of the storm è un film “strano”, mi si conceda il termine. Altalenante, quasi. In oblio tra il divertente ed il drammatico, eppure mai né l’uno, né l’altro. Almeno completamente. L’occhio della tempesta è metaforicamente quello di una madre che genera disagio nella vita dei figli, una tempesta emotiva appunto, proprio perché priva d’emotività. Una donna troppo impegnata ad essere e diventare sè, per concedere amore ai figli, per smettere di recitare sè stessa, quella che si aspettano che lei sia. Una donna alla cui udienza ci si va pensando e ripensando a cosa indossare, a cosa dire, a cosa fare. I due figli si ritroveranno al suo capezzale, per riuscire a prendersi l’eredità che gli spetta, facendo quasi un conto alla rovescia nell’attesa della sua morte. La figlia femmina, Dorothy, scappata via in Francia a rifarsi una vita, sposata e poi abbandonata senza alimenti dal suo ormai ex marito principe, è un personaggio particolare, a mio avviso il più interessante, anche più della madre stessa, forse proprio per quelle similitudini nascoste che i due soggetti hanno. Il suo atteggiamento oscilla sempre tra l’opportunismo e l’ambiguo, una spontaneità apparente che si trasforma in qualcosa di assolutamente diverso e distorto poco dopo. Il figlio maschio, Basil, è un attore di teatro di cui la madre non ha mai voluto vedere uno spettacolo (Temevo che se non fossi stato all’altezza, sarei morta di vergogna – dice lei), che nasconde dentro di sè un blocco artistico, proprio a causa della madre.

The eye of the storm è tratto dall’omonimo romanzo di Patrick Withe, autore australiano vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1973, e nella sua versione in pellicola, si articola in tre momenti che coincidono con tre spazi, ma anche tre tempi di narrazione. Il primo, la vita attuale della madre semimorente e tutto l’ambiente casalingo che la circorda; il secondo, le rispettive vite dei due figli a partire dal momento in cui arrivano a Sydney a trovare la madre e l’interazione tra i propri luoghi e il luogo specifico della casa della madre; il terzo, un ricordo del passato, la famosa tempesta di cui parla ripetutamente la donna anziana, un ricordo di una giornata al mare, quella in cui portava il vestito bianco e la collana con le pietre blu, che vedeva coinvolti la donna, sua figlia ed un terzo uomo di cui non viene particolarmente specificata la provenienza se non che fosse un amico della figlia.

In conclusione The eye of the storm, presentato in concorso al 6° Festival Internazionale del Film di Roma, forse non riesce a raccontare nel modo adatto tutto quello che probabilmente racconta il libro, lasciando un senso di parziale smarrimento. La pellicola si alterna tra momenti di umorismo e momenti di intensità drammatica – narrativa soprattutto (le parole in voce fuori campo di Geoffrey Rush che interpreta Basil, il figlio maschio) – e che poi andranno a coincidere con la rappresentazione teatrale finale. Offre molti spunti, un paio dei quali davvero molto interessanti, soprattutto sul senso di famiglia e di quello che comporta nell’intimità di un figlio, eppure questa pellicola non riesce pienamente a raggiungere l’obiettivo.

Forse necessaria una seconda visione.

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