Io sono Lì


titolo originale Io sono Lì
nazione Italia/Francia
anno 2011
regia Andrea Segre
genere Drammatico
durata 100 min.
distribuzione Parthenos s.r.l.
cast M. Paolini, Z. Tao, R. Sherbedgia, G. Battiston, R. Citran
sceneggiatura M. Pettenello, A. Segre
musiche F. Couturier
fotografia L. Bigazzi
montaggio S. Zavarise
uscita nelle sale 23 settembre 2011



Shun Li lavora in un laboratorio tessile della periferia romana per ottenere i documenti e riuscire a far venire in Italia suo figlio di otto anni. All’improvviso viene trasferita a Chioggia, una piccola città sola della laguna veneta per lavorare come barista in un’osteria. Bepi, pescatore di origini slave, soprannominato dagli amici “il Poeta”, da anni frequenta quella piccola osteria.Ma l’amicizia tra Shun Li e Bepi turba le due comunità, quella cinese e quella chioggiotta, che ostacolano questo nuovo viaggio, di cui forse hanno semplicemente ancora troppa paura.

a cura di Alessandro Cavestro (voto 8/10)

Doverosa premessa: il film è ambientato per tre quarti a Chioggia, tra calli, l’osteria, il mare, la laguna, i casoni. Per una serie di coincidenze, mi sono trovato spesso a frequentare quella città, conoscendone gli abitanti, le tradizioni, respirandone il clima unico. Credo quindi mi sia risultato spontaneo scivolare nel film, abituarmi velocemente alla vista di volti quasi familiari, sorridere a cadenze e parole care al mio ricordo, vedere nello schermo un microcosmo così vicino a me e al mio affetto, e godere di tutte le particolarità che non cambiano il significato profondo del film, ma lo sfumano in maniera ancora più commovente. La mia oggettività è quindi compromessa più del solito.

Segre al suo primo lungometraggio di finzione porta con sé le tematiche a lui care: l’amore per la territorialità, l’interesse per l’incontro-scontro culturale, sociale, multirazziale.
Racconta con il tratto lieve e attento spaccati di vite comuni, semplici, vere. Il suo sguardo morbido accarezza la gamma delle emozioni umane, senza mai indugiare troppo sul mistero che le avvolge da sempre, e regala ai suoi personaggi l’onestà spirituale di chi vive la vita di ogni giorno, dove si sa mostrare senza vergogna il sacrificio, le debolezze, i vizi. L’eponima del titolo, Lì, è una donna tenace, é una madre che ama il figlio lontano, ed è cinese: pedina alla base di un gioco di gerarchie rigide e intransigenti, un punto senza troppa importanza nelle geometrie di una cultura che non ammette imperfezioni. Viene da un villaggio dove si vive di pesca, vicino al mare. Bepi è un uomo sui sessanta, un vecio (= vecchio) come dicono all’osteria che frequenta, un Poeta, come dicono i suoi amici veri. Si diverte a fare rime leggere, che raccontano di canali, pesci, vino e pescatori: la sua vita a Chioggia. E anche Bepi è uno straniero, in fondo al cuore, con le sue radici jugoslave mai dimenticate nonostante i tanti anni in Italia. Lì e Bepi si incontrano all’osteria che lui frequenta e dove lei inizia a lavorare. E il film racconta questo: il risveglio delle emozioni, dei sentimenti sepolti, sopiti, coperti dalla polvere della vita di tutti i giorni. Lì, lontana dal figlio, dalla sua terra, piccola barca in balìa del mare della vita, trova in lui l’unico scoglio a cui aggrapparsi. Bepi, conscio di cosa significhi arrivare in una terra che non è la propria, vede in Lì un animo profondo, con cui può condividere sensazioni e pensieri che le relazioni da osteria fanno dimenticare. Segre racconta quest’amicizia poetica attraverso gesti quotidiani, parole misurate, silenzi. Fa parlare i personaggi attraverso il mare e il vento, usando tutte le sfumature della sua tavolozza, e non esistono confini fra le emozioni in gioco: l’affetto quasi paterno, il bisogno di protezione, la solidarietà, la solitudine, l’amore forse. Ma tutto è semplice, pulito, naturale, nobile, vero. E si scontra inevitabilmente con la foschia del pregiudizio di paese, e con la rigidità di una società parallela, sotterranea quasi, ma invalicabile nella sua chiusura. “Io sono Lì” è un titolo tanto semplice da sembrarci quasi banale, e ci inganna. Lì è la protagonista della storia. L’avverbio Lì, invece, la storia la racconta, nel suo essere “luogo non molto lontano da chi parla e da chi ascolta”. Ci dice che esistono culture fisicamente, spazialmente vicine, ma legate indissolubilmente alla placenta delle tradizioni; ci parla di identità che cercano di sfuggire alla stagnante nebbia delle differenze per giungere quasi a sfiorarsi, prima che i loro cordoni ombelicali non li riportino ai propri posti. Io sono Lì, vicina a te, davanti a te, e non è il bancone di un bar a dividerci. Ci divide quello che c’è dietro ognuno di noi. Dietro di te, Bepi, i fumosi tavolini dell’osteria, con i volti corrugati sui giornali, le carte in mano e i bicchieri di vino vuoti. E dietro di me, Lì, uno specchio che riflette tutto ciò che gli sta dinnanzi, ma non mostra mai quello che c’è oltre.


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