I pugni in tasca


titolo originale
I pugni in tasca
nazione Italia
anno 1965
regia Marco Bellocchio
genere drammatico
durata 107 minuti
distribuzione International film Company
cast L. Castel (Alessandro), P. Pitagora (Giulia), M. Masè (Augusto), P. Troglio (Leone), L. Gerace (La Madre)
sceneggiatura Marco Bellocchio
musiche Ennio Morricone
fotografia A. Marrama
montaggio S. Agosti, A. Mangiarotti

 

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Una famiglia appartenente alla borghesia agraria decaduta, una madre cieca e quattro figli. Leone, affetto da un grave ritardo mentale e vittima di crisi epilettiche; Giulia, l’unica donna, vispa, piacente e morbosamente attaccata al fratello Augusto; Sandro, affetto anche lui da grave nevrosi, ma che non gli impedisce di percepire forse più di tutti gli altri, la tragicità della sua condizione familiare; ed infine Augusto, che notando pietosamente le condizioni dei suoi fratelli, cerca soltanto il modo migliore per potersi assicurare rispettabilità e credibilità. Ossessioni, sofferenze, incomprensioni e confusioni di rapporti, sono la locomotiva che li porterà a schiantarsi senza ripensamenti o brusche frenate.

a cura di Laura Preite (voto 8,5/10)

Soffice grido di disperazione accompagna i primi fotogrammi de “I pugni in tasca”, primo lungometraggio girato da Marco Bellocchio, fresco di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Esordio di sconvolgente maturità, pur essendo intinto nel desiderio giovanile di denunciare con forza un sistema societario rattoppato.  Bellocchio torna a Bobbio, suo paese d’origine, calandosi in un ambiente conosciuto e riconoscibile, ma tutto sembra correre e schiantarsi contro il muro dell’inconsueto.

Un’analisi che si presta alla retorica dell’anticlimax. Dalla struttura di una società senza occhi ed orecchie per salvarsi, ad una famiglia che ha perso nel tempo i legami e gli aghi per ricucire, ai singoli personaggi che nelle loro differenti solitudini, si adagiano sui letti delle autocommiserazioni.

Un quadro di degrado umano che lascia increduli e quasi scettici.  Sputa in faccia rabbia e insoddisfazione, l’acidità dell’indifferenza e la luce di una premonizione, come tutti i capolavori filmici, o artistici in generale, che si permettono di azzardare ed imbrattare gli schemi millenari, assicurazione di funzionamento, ma dalle radici spesso rosicchiate.

Denuncia sociale ed analisi psicologica in questa pellicola si intrecciano fino a procurarsi ferite.  Eros e Thanatos. Un conflitto inaccessibile alla ragione e mai addomesticato dall’educazione. Una filia – per riprendere gli originari termini utilizzati da Empedocle – che diventa nevrosi e una neìkos che si manifesta in un concerto di risate amare durante la celebrazione funeraria. Tutto senza marasmi sentimentali, solo azioni e ambienti ristretti, minimali, quasi soffocanti. Un cerchio che trattiene lo sguardo in avanti, senza garantire l’umana possibilità di un istante di quiete. Costante e cadenzata alternanza di istinti che sono solo la faccia sarcastica di un lavorio autodistruttivo comune, dettato da una strana forza invisibile. Un’implosione cercata, respinta, accolta e rigettata che non contempla speranze di arresto, ma prosegue fino a palesarsi nella sua crudezza.

Il matricidio è il chiaro tentativo di annullare la memoria e il grembo delle sofferenze. Il passato è cieco perché non ha più paura di inciampare, ma funge da ostacolo, da monito, da fardello per chi è chiamato a vivere. Ma tutto ciò che è vita presente è pura sopportazione che schiaccia le spalle ossute e strette di figli in cerca di strade.  Uccisa la fonte del dolore strisciante e scriteriato, si passa a cancellare chi quel dolore lo porta in viso come un trucco volgare. Ricerca di normalità e cascate sempre più ripide che afferrano le gambe e le trasportano verso il dirupo del delirio del non saper più essere, di una non-vita ormai accettata, che ha le gengive asciutte dopo una corsa per anticipare tempi, eventi.

Figli dal futuro emigrato, che gettando via la roba vecchia, ingenuamente credono di poter vincere la battaglia contro la loro rabbia, ma quel germe subdolo non è nei ferri vecchi o nel legno logoro di una casa borghese e neanche agonizzante nei corpi morti. E’ più vivo che mai nelle assenze e nella danza disarmonica dell’amore che allo specchio non si è mai riconosciuto e ride stupidamente volteggiando. Non riconosce se stesso nelle convenzioni  familiari, debordando e stracciando i limiti. Neanche Augusto è padrone dei suoi pensieri. La sua apparente ragionevolezza non lo aiuta a bloccare la tracotanza  di quei fratelli ubriacati di sofferenza, ineducati a decifrare la grammatica dei rapporti, fedeli alla religione di Thanatos. Ridicolo Augusto nei tentativi di agghindarsi da perfetto borghese, inscrivendosi all’albo dei normali. Non c’è follia. È solo uno scorrere incessante di incomprensioni di chi, a differenza di una discutibile maggioranza, non è riuscito a memorizzare la ricetta degli equilibri. Augusto, integrato e ben accetto in società, è marcio come i mobili della sua casa. Marcio come tutto ciò che blocca il respiro, infetta e costringe a scappare via.

Rivedere questo film non aiuta a riconoscerlo. Ogni volta significa imbattersi nei nostri rifiuti. Non basta saperne anticipare le battute, perché hanno la forza di sembrare sempre nuove e dolorose.


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Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

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