L’amico di famiglia

titolo originale L’amico di Famiglia
nazione Italia, Francia
anno 2006
regia Paolo Sorrentino
genere drammatico, grottesco
durata 110 min
distribuzione Medusa Distribuzione
cast Giacomo Rizzo (Geremia dè Geremei), Fabrizio Bentivoglio (Gino), Laura Chiatti (Rosalba), Gigi Angelillo (Saverio, il padre di Rosalba), Clara Bindi (la madre di Geremia),
sceneggiatura Paolo Sorrentino
musica Teho Teardo
fotografia Luca Bigazzi
montaggio Giogiò Franchini
uscita nelle sale novembre 2006


Geremia de Geremei, che si dona l’appellativo di “cuore d’oro” è un usuraio, che come copertura gestisce una sartoria. Vive con la madre in condizioni di semi povertà per un’avarizia eccessiva e conclamata. Un essere solitario che per trattenere gli altri non ha altro strumento se non il prestito, il ricatto, gli interessi.
Personaggi secondari camminano intorno a Geremia, come Gino, l’unico amico o presunto tale, che sfoggia giacche con le frange e sogni da cowboy. Rosalba, la bella sposa che diventa oggetto dei desideri dell’usuraio.

a cura di Laura Preite (voto 8/10)

Terzo lungometraggio del regista napoletano Paolo Sorrentino, uscito nelle sale nel novembre del 1996, presentato al Festival di Cannes dello stesso anno e accolto da un coro stonato di pareri, reazioni e critiche. Molti critici sostengono rappresenti un viaggio nella cupezza della coscienza, nella galleria buia dei vizi e delle ossessioni umane. Ma forse, nonostante la maestria del regista nell’attività investigativa della psiche umana, la pellicola è solo un rasoio affilato che sentiamo sfiorarci la testa. Inquadrature che abbelliscono, musiche e suoni inaspettati, ma graditi; contrasti sensoriali ricercati, voluti, efficaci. Non è il silenzio elegante de Le Conseguenze dell’Amore che riecheggia durante tutto il film, ma la volgarità ed il compiacimento di una solitudine che si specchia. “Noi abbiamo il tanfo delle persone malate, Amanda. Siamo malati, ma siamo bellissimi”. E sorridi anche su queste parole di Geremia, senza ritegno, sorridi.
L’amico di Famiglia, come tutti i lavori di Sorrentino, ha la capacità di ammonire brutalmente il gusto rancido del giudizio su cose, persone, atteggiamenti, ossessioni, perversioni. È tutto sul palcoscenico, senza pudore e con le luci del disincanto.

Certo, il disprezzo è sentimento che primeggia, ma si diluisce pian piano nello scorrere delle scene, riversandosi sui vari personaggi, sulle loro manie (le nostre manie). Geremia “cuore d’oro” non è altro che il fiore velenoso per quelle api intontite dall’impossibilità di avere e attirate dalle stregonerie che concedono la temporanea illusione di possedere. Il film (e capita raramente) non gode nel farsi guardare, ma sembra divertirsi nel guardare le reazioni dello spettatore. Nella sua ricercatezza stilistica, il regista non si accontenta degli applausi (inutili, quanto a volte, finti e rituali) ma sogghignando, desidera collezionare una serie di espressioni facciali, contorsioni dello stomaco e movimenti di labbra schifate, occhi offesi e nasi indispettiti. Ed è riuscito nell’intento. Perché Geremia, Gino, Rosalba, in tempi diversi – rimanendo fedeli alla costruzione narrativa – sono bersaglio del nostro Io sentenzioso e vestito di moralismo. È una pellicola che ci osserva mentre ci ribelliamo al travestimento da cenerentola che l’usuraio fa della sua spietatezza; mentre ci schifiamo del contatto tra le mani putride di Geremia ed il corpo immacolato della donna che per unirsi in matrimonio, si divide dal suo corpo; mentre assistiamo all’amico traditore che sembra uscito da un fumetto di Bonelli, perciò, apparentemente innocuo ed amabile.

Ritratti così precisi da far desiderare le imperfezioni di una ruga in meno ed un collo più lungo. È la capacità di Sorrentino che ammicca al cinema dissacrante di Monicelli, colui che ha lanciato sullo schermo l’acqua bollente dei nostri vizi e alla sartoria filmica di Scola, che insegna tutt’ora a disegnare profili umani e a gestire i rapporti d’affetto e disprezzo che naturalmente nascono tra il regista ed i suoi personaggi.

L’amico di Famiglia ha la forza di isolarti e di farti percepire il gelo dei pensieri. Perché bisogna fare i conti con quella sensazione di inconfondibile tenerezza che sentiamo solleticarci durante il tracollo umano della figura di Geremia. Forse nasce come uno scoglio salvifico a cui ci si aggrappa affannati, dopo avere nuotato tra barili di lerciume. E comunque il film continua ad osservarti anche se lo schermo è ormai spento. Non è una seduta di analisi, né una denuncia sociale, ma una telecamera che spia, con padronanza del mezzo e gusto inconfondibile nella scelta dell’accompagnamento musicale.

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Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

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