La bocca del lupo

titolo originale La bocca del lupo
nazione Italia
anno 2009
regia Pietro Marcello
genere Drammatico
durata 67 min.
distribuzione Bim Distribuzione
cast V. Motta • M. Monaco
sceneggiatura P. Marcello
musiche Era
fotografia P. Marcello
montaggio S. Fgaier
uscita nelle sale 19 Febbraio 2010


Un uomo torna a casa, dopo una lunga assenza. Scende al volo da un treno in una livida città portuale. L’attraversa cercando i luoghi di un tempo, ormai in dismissione, che affiorano alla memoria nel loro antico splendore. Nella piccola dimora nel ghetto della città vecchia, l’aspetta da anni una cena fredda e la compagna di una vita. Mary in strada ed Enzo in carcere si sono aspettati e voluti sin dal tempo del loro incontro dietro le sbarre, quando ancora si mandavano messaggi muti, registrati su cassette nascoste. Una casetta in campagna sopra la città e il suo mare, questo è il loro sogno, lontano dal tempo presente, sospeso in un altro tempo di semplice felicità. Ora e ancora, condividono il loro destino furtivo con i compagni degli abissi nel dedalo di Croce Bianca, via Pré, Sottoripa… nomi antichi di un posto non ancora moderno dove il Novecento s’è incagliato come una nave senza ancora.

a cura di Egidio Candela (voto 7,5/10)

“Lasciamo i naufraghi al riparo di queste caverne. Il passato è uscito di spalle. Restano solo tracce di memoria e forme che si dissolvono. Piccole grandi storie, questo è stato. Misura della notte, del giorno, del tempo, dell’amore, dell’ombra, della luce, questo è stato. Una volta, in una città.”

“Le avversità della vita ci hanno fatto incontrare. Almeno quello.”

Naufraghi sulla terra. Chi di voi smarrendosi nel districato labirinto dei carruggi di Genova non ha avuto per un momento la lucida cognizione del paradosso che si para davanti gli occhi. Come ci si possa sentire così decentrati nel bel mezzo del centro città. Oceani azzurroverdi lontani dall’eleganza della downtown, dallo sfarzo dei negozi ed il rassicurante ordine delle strade. Genova è una città a rovescio. Sul cui porto abita da tempo un mondo delineato da figure care a De Andrè nelle sue canzoni; ieri reietti, oggi migranti. Vite fuse insieme incrociando difficoltà e tragedie, vivacità ed ombre. Pietro Marcello sceglie di portare in scena una storia di vinti con uno sguardo all’antico verismo (il titolo è quello di un romanzo di Gaspare Ivrea) ed un altro, più limpido, alla ricerca di nuove forme di linguaggio. Al racconto dell’amore fra un ex carcerato (Vincenzo Motta) ed una transessuale ex-tossicodipendente (Mary Monaco) fanno infatti intervallo immagini d’archivio sbiadite, occhi che seguono la costruzione del cantiere navale, sguardi su degradate abitazioni in pietra con onnipresente accompagnamento del mare,guardiano del passato,confine del presente.

La scelta del tema è forte pur se appare ripetitiva, usurata, già abusata. La battaglia sulla fluidità dei generi portata avanti dai trans gender, le vite distrutte dalla droga e dalla prostituzione sono oggetto già di una spettacolarizzazione mediatica che è figlia del nostro tempo. I protagonisti di talk show e film si azzannano, disperano, affannano, quotidianamente privati di una dimensione umana che li incatena ad una condizione distante, stereotipata, impenetrabile. La sfida del regista è invece proprio quella di accettare la persona per intero, mostrandola anche lì dove, altri, avrebbero tagliato la scena se non spento la cinepresa. Distillare Almodòvar, eliminando le tinte più vivaci, lasciando all’individuo la possibilità di esprimersi come di  sorridere, muoversi, scegliere. Il film avrebbe avuto il placet di Pasolini, perché c’è quella forza vitale, trasmessa dagli occhi e dalle parole dei personaggi, che si infrange impetuosa contro i margini di esistenze cariche di sogni bloccati prima del tempo.

La scommessa neorealista di far recitare gli attori nella parte di sé stessi, dona al film, un calore ed una capacità di emozionare, unica del genere di De Sica e compagni. Accostando neorealismo e documentario, la realtà alla poesia, si crea un’atmosfera  nuova, pur se debitrice di generi già affermati.

Gianni Amelio ed il Torino Film Festival 2009 hanno premiato questa storia miglior film in concorso, dopo ventisette edizioni di silenzio/assenza italiana.



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