J. Edgar

titolo originale J. Edgar
nazione USA
anno 2011
regia Clint Eastwood
genere Biografico, drammatico
durata 137 min.
distribuzione Warner Bros
cast Leonardo di Caprio (J.Edgar), Judy Dench (Anne Marie Hoover), Naomy Watts (Helen Gandy), Armie Hammer (Clyde Tholson)
sceneggiatura Dustin Lance Black
musiche Clint Eastwood
fotografia Tom Stern
montaggio Joel Cox, Gary D. Roach
uscita nelle sale 4 gennaio 2012


La storia di un uomo controverso che ha contribuito alla nascita dell’FBI anche grazie a bugie ed inganni.

Recensione-flash per cinefili pigri
a cura di Alfredo Sciortino

Clint Eastwood filma un ritratto di J. Edgar Hoover, padre della moderna FBI e paladino della sicurezza nazionale, per il bene della quale, non si è certo mai fatto scrupoli nel sopprimere libertà e diritti fondamentali. Forse il primo a capire il potere delle informazioni nel mondo moderno, ha tenuto in scacco i grandi della politica con dettagliati e compromettenti dossier. Il lungo film si dipana per 48 anni, sotto otto presidenti, mostrando la carriera di Hoover, le sue innovazioni investigative, ortodosse o meno, ma soprattutto l’enorme costo in affetti personali che il potere costringe a pagare. Clint Eastwood torna a confermarsi un regista sensibile e immerso nella storia americana, capace di mostrare cinismo e grinta di Hoover (un ottimo Di Caprio) ma anche debolezza e umanità, riuscendo a convertire, attraverso semplici gesti, l’iniziale antipatia in profonda compassione.

P.S. Resta il fatto che gli americani sono tutti dei pazzi completi.

a cura di Greta Colli (voto 7/10)

Quando parliamo di Clint Eastwood, parliamo di un cinema a parte, perchè sembra non seguire nessuna regola, se non l’oggettività.

Gli appassionati sanno che il regista si definisce un libertario. Registrato come repubblicano dal 1951, ciò non gli ha mai impedito di raccontare quella realtà che non sempre si accostava ad un determinato pensiero politico. Ripensando a Million dollar baby, non mancano le discussioni scatenate dal discorso sull’eutanasia, discorso che sappiamo non gradito dalla destra politica americana. Se un film fa discutere vuol dire che propone argomenti interessanti e il pluripremiato regista ha girato un film crudo, reale ma soprattutto umano; un film che non sottolinea un giudizio ma semplicemente, racconta i fatti. A volte penso seriamente che se non ci fosse un regista come Eastwood, certi argomenti resterebbero taboo perchè fastidiosi per l’una o per l’altra classe politica.

Questa piccola premessa, ci porta a parlare dell’ultimo capolavoro di Eastwood: J. Edgar Hoover. Poco prima di entrare in sala, incontro una persona e chiaccherando del più e del meno, esce fuori che sto andando al cinema a vedere J. Edgar e, casualità, questa persona l’ha già visto: “Beh? Ti è piaciuto?” dico io, “Insomma, manca qualcosa ma non so dirti cosa. Credo che il regista non sia riuscito a dare un’immagine reale del personaggio, noi non ci potremo mai identificare con lui”. Ammetto che non sapevo bene chi fosse J. Edgar prima del film e non mi sono informata. L’immagine che Eastwood ci mostra, è quella di un uomo che ha saputo dar vita all’FBI non senza qualche sotterfugio. Un uomo raggirato dalla madre con tendenze megalomane. Furbo e bugiardo è passato sotto 8 presidenti americani, i quali pare avessero sempre qualche scheletro nell’armadio.  J. Edgar amava non convenzionalmente, amava “gerbera” e forse per questo la sua balbuzia, che gli ha dato il soprannome di Spiccio, non è mai scomparsa. Dallo schermo passano le sue malefatte come passa la sua fragilità, una fragilità da non confondere con la pena. Dico questo perchè ieri, dopo essere uscita dalla sala e discutendo sul film, ho commentato il fatto che il voler raccontare la parte più intimistica del personaggio non ha significato farcelo passare per buono, non il gigante dal cuore tenero ma un uomo in grado di amare solo se stesso, al di sopra di tutto e tutti, capace di qualunque cosa pur di raggiungere la notorietà. Un uomo intimorito  dai sentimenti con la paura che questi avrebbero potuto renderlo più debole e, di conseguenza, più facilmente attaccabile. Per meglio dire, non ho trovato un buonismo forzato ma il ritratto di un uomo che ha cambiato la storia degli Stati Uniti.

Come dicevo nella premessa, Eastwood non si tira indietro dall’essere oggettivo, scegliendo di far trasparire il suo disaccordo nei confronti di Nixon, anhe se repubblicano come lui. Nonostante l’abbia sostenuto nella sua campagna, non ci ha pensato due volte nel criticarlo moralmente per lo scandalo Watergate e questo ricalca il non prendere posizione del regista. Neutralità.

Leonardo di Caprio ci fa vedere nuovamente che se è un bravo regista a dirigerlo, l’oscar gli si avvicina sempre più. Julie Dench nel ruolo della madre, è un po’ vista e rivista ma rientra nel ruolo. Molto bravo Armie Hammer, che ricordiamo in The Social Network.

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Info G.
Solo io.

7 Responses to J. Edgar

  1. Monta17 says:

    Vorrei lasciare qui il mio commento e non altrove perché ho notato la passione (dai commenti del cinemadelsilenzio fino a qui) e l’attenzione con cui il cinemabendato si confronta sulle tematiche del cinema. Premetto che non sono un esperto, quantomeno non professionalmente parlando, ma un buon appassionato che si è concesso l’opportunità di fare dei lavoretti nel mondo del cinema e lo segue da un pò di anni con molto ardore. In merito al film mi verrebbe da dire che disapprovo un qualunque commento positivo. Non sono solito esprimere commenti tanto estremi, anzi di solito tendo ad essere abbastanza cauto nell’analisi del film, in quanto è spesso difficile comprendere l’intera idea dell’opera dalla prima visione, ma nel caso di J.Edgar mi sento perlomeno deluso dalla banalità con cui è stato presentato il tutto. In primis il protagonista. Nemmeno io mi ero informato sulla storia del personaggio, ma, conoscendo bene il cinema americano (il quale, pur con suoi vizi, ci ha abituati a numerosi prodotti di qualità e delle volte persino a capolavori), mi è sembrata la solita rappresentazione standardizzata. Pochissimo “caratterizzata” per rappresentare un personaggio reale e tanto “montata” per dare al pubblico ciò che desidera: mi riferisco ad esempio all’omosessualità latente mostrata come un elemento “intrigante” per uno spettatore medio, ma in realtà priva di qualunque tipo di profondità o ricerca psicologica. Questo elemento, in aggiunta alla staticità totale del personaggio, fanno del film non un’opera pessima, ma parecchio scontata. Quasi al limite di una sana “americanata”. Anche la rappresentazione del quadro storico mi ha personalmente deluso, non solo per l’ennesima standardizzazione, ma perchè non è presentato come una visione critica, con una presa di posizione, ma con la ricerca infruttuosa di una visione apolitica, apartitica che non sempre funziona, o perlomeno ben si appresta se l’ideatore è in grado di raggiungere, attraverso le proprie abilità, un quadro di neutralità vera, assoluta (un esempio che mi pare calzante è “Il vento che accarezza l’erba”).
    Spero di non sembrare un estremista, perché nella realtà dei fatti non lo sono affatto. Voglio solo esprimere una critica severa ad un tipo di cinema che a mio avviso esprime ben poco data la poca variabilità delle sue forme, delle sue idee e concetti.

    • Greta Colli says:

      Riconosco in pieno i limiti del cinema Americano, con il suo buonismo spesso e volentieri “venduto” al pubblico ma non concordo sul giudizio negativo nell’avere una visione apolitica. La mia recensione, su cui si può essere d’accordo o meno (ci mancherebbe!), verte proprio sull’oggettività del film. Ciò che mi ha colpito è la visione apolitica e apartitica di cui tu parli, su cui Clint Eastwood è riuscito.
      Ognuno vede il film con i suoi occhi e miei sono diversi dai tuoi, quindi grazie del commento percgè ogni discussione è ben accetta.

    • Ciao Francesco, mi fa davvero molto piacere sapere che hai deciso di lasciare qui il tuo commento per i motivi da te scritti e sarò molto felice di leggere ancora tue opinioni.
      Per quel che mi riguarda, come si può dedurre leggendo il commento che ho lasciato poco più sotto a Sharon, sono d’accordo su quel che scrivi del film, inoltre colgo perfettamente anche il riferimento a “Il vento che accarezza l’erba”, di cui condivido la sottintesa opinione.
      Nonostante questo trovo interessante (anche se ammetto, non appassionante) vedere un regista come Eastwood affrontare con questa “neutralità” temi così “politicamente distanti” da lui, non perché non debbano interessargli, ma per come riesca a prendere un passo di distanza da quelle che sono le sue convinzioni politiche.
      Inoltre mi hanno infastidita molto la caratterizzazione estetica dei personaggi, come avevo scritto sotto, la vecchiaia simulata e, aggiungo ora, il doppiaggio da ragazzino che ha Di Caprio, sia che abbia trenta od ottant’anni. Ma questo apre il discorso sofferto (almeno da me) riguardo il doppiaggio italiano ed è un’altra storia.
      Ad ogni modo, per quanto abbia apprezzato alcuni aspetti del film (vedi l’imperscrutabilità del personaggio e la stessa aura di mistero di alcuni aspetti dell’FBI) sono uscita dalla sala senza troppo in più di come ero entrata. Sì, ho visto un film, ma questo non basta quasi mai. Almeno a me.

  2. Sharon says:

    Sinceramente l’ho trovato un film un po’ patetico. Nel senso letterale del termine: assolutamente immotivata la spasmodica attenzione al dettaglio che dovrebbe suscitare empatia o pathos ma che a mio avviso rende la storia solo più lunga e “cavillosa”. Terribile la scena in cui Edgar/Di Caprio indossa la collana e il vestito della madre. Nel 2012 abbiamo ancora bisogno di sottolineare in questo modo ridicolo l’omosessualità latente? Dialoghi, doppiaggio e invecchiamento degni di un film parrocchiale. Banali e scontati i primi (in almeno tre occasioni dalla platea sono arrivate le battute prima ancora che venissero recitate) macchinoso e monocorde il secondo, incomprensibile il terzo. Colpa probabilmente del “Curioso caso di Benjamin Button” che ha creato uno spiacevole precedente, non capisco proprio perchè negli ultimi anni si debba ricorrere all’invecchiamento degli attori, quando a mio avviso si potrebbe benissimo utilizzarne di differenti da giovani e da vecchi, evitando quell’inevitabile effetto comico di cui il finale di Harry Potter e i Doni della Morte II è l’esempio migliore. Mi è scappata più volte una risata durante la visione del film per tutti i motivi sopracitati, ma peccato che non fsi trattasse di un film comico.
    Una nota di merito va ai costumi, davvero splendidi, e alla regia che non se la cava poi così male. Non gli avrei dato più di un 6.

    • Ciao Sharon, personalmente ho notato gli stessi difetti che hai notato tu. L’invecchiamento è stato sicuramente l’elemento che più ho sofferto, soprattutto perché non relegato ad una sola scena, inoltre le parti “da vecchi” sono esattamente la metà della storia. Per quel che riguarda la sottolineatura dell’omosessualità latente, sì, senza dubbio è una scena vista e rivista, ma soprattutto non aggiungeva nessuna informazione di più al personaggio, poiché la sua sessuofobia/omosessualità latente era evidente senza un’esplicitazione così didascalica. Inoltre c’è da dire che non sono un’amante particolare di biopic, per cui film di questo tipo fanno sempre fatica ad appassionarmi. Quello che reputo valido di questo film è sicuramente la non definita caratterizzazione dell’animo del personaggio, ovvero il non comprendere mai pienamente le sue intenzioni e le sue azioni, e soprattutto questo aspetto legato a tutti quei particolari ambigui e sconosciuti dell’FBI. Oltre che la regia e i costumi, come noti anche tu. A mio avviso il film è da 6 e mezzo, però riconosco i miei limiti di cui parlavo prima riguardo dei pregiudizi “partecipativi” nei confronti dei film biografici.
      Un saluto.

      P.S. La mia risposta ovviamente non vuole sostituire quella di Greta che si è occupata della recensione del film, ho solo avuto piacere di risponderti fornendoti la mia opinione.

      Alessia

      • Sharon says:

        “Quello che reputo valido di questo film è sicuramente la non definita caratterizzazione dell’animo del personaggio, ovvero il non comprendere mai pienamente le sue intenzioni e le sue azioni, e soprattutto questo aspetto legato a tutti quei particolari ambigui e sconosciuti dell’FBI”

        Ciao Alessia, è proprio per questi motivi che dici te che mi sono permessa una sufficienza. Se c’è una cosa in cui Clint Eastwood è riuscito bene in questo film è nel non aver reso il personaggio “simpatico” lungo la narrazione. Edgar rimane irritante, paranoico, esagerato, e anzi l’opinione dello spettatore su di lui peggiora durante la visione. Tanto più quindi mi irritano invece tutti quei particolari espedienti che vorrebbero suscitare simapatia/empatia. E sia chiaro, non sto parlando delle dimostrazioni di debolezza, che mi sembrano anche buone e giuste se proprio si vuole indagare la “profondità del personaggio” (concetto che ha davvero stancato, e qui sono d’accordo sul poco aprrezzamento delle biopic) ma di quel cinema di maniera che mi sembra davvero superato (fissare il quadretto di Jefferson prima di entrare nello studio del Presidente, giusto per rimarcare un altro po’ l’amor di patria? Altarino in stanza con gli oggetti della madre morta? Bhà.)

    • Greta Colli says:

      Cara Sharon, la scena che tu hai trovato terribile, io l’ho trovata invece molto interessante. Da uno come Clint Eastwood non ci si aspetta davvero che stia parlando di omosessualità latente? insomma, parliamo di un regista che ha tirato fuori temi di cui nessun altro ha parlato, senza farsi troppi problemi. Il punto sta nel come noi interpretiamo certe scene. Credo che, volenti o nolenti, l’immagine di un uomo che di fronte ad uno specchio si prova i vestiti della madre, per noi andrà sempre a sottolineare un’omosessualità latente. Può piangere, può ridere, può disperarsi..resterà comunque un omosessuale, giusto? Su questo film, personalmente, quello che resta è il dolore per la perdita di un punto cardine.
      Accetto obiezioni :)

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