La pecora nera

titolo originale La pecora nera
nazione Italia
anno 2010
regia Ascanio Celestini
genere drammatico
durata 93 min
distribuzione Bim distribuzione
cast A. Celestini (Nicola), G. Tirabassi (Ascanio), M. Sansa (Marinella), L. De Santis, B. Valmorin
sceneggiatura A. Celestini, U. Chiti, W. Labate
fotografia D. Ciprì
montaggio G. Franchini
uscita nelle sale 1 ottobre 2010

La pecora nera è il primo lungometraggio di Ascanio Celestini, attore abituato a calpestare teatri, ma versatile al punto da risultare a suo agio dietro la cinepresa. Il film accende un faro intermittente su una piaga sociale che forse continuerà a tormentarci: i manicomi. Nicola è un bambino nato negli anni ’60 con una madre pazza e un padre volgare e povero di attenzioni. Cresce con la nonna, una donna che vive nella sua vecchiaia da sempre, incartata nelle dinamiche di una società che etichetta, pretende e inquadra secondo standard consumati. Nicola finirà con il trascorrere la sua vita in un manicomio tra immagini frutto di una fantasia imbavagliata e un supermercato-mondo che inibisce le paure accumulando senza ritegno, riempiendosi per non guardare il fondo.

a cura di Laura Preite (voto 7/10)

Scendere da un palcoscenico teatrale e farsi osservare da una telecamera forse è un po’ come iniziare a far zoppicare i pensieri. Ma ne La Pecora Nera, Ascanio Celestini, non zoppica affatto. Per tutta la durata del film, tiene teso un filo che trasporta legato al carrello della spesa e costringe lo spettatore ad inseguirlo.     Sono gli anni ’60, “i favolosi anni ‘60” -frase quest’ultima che tratteggia tutta la pellicola- e nasce Nicola. Minuto, spalle strette, sguardo vispo, ma già arreso. Nonostante gli anni ’60 e le vulcaniche e orgasmiche reazioni di un secolo, Nicola cresce in un ambiente che gli nega il piacere dell’accoglienza. La vecchiaia della nonna è un ostacolo insopprimibile che rassoda le distanze e allontana l’idea di famiglia. L’indifferenza del padre e la derisione costante dei fratelli, sono i segnali che non gli faranno mai percepire la sensazione gradevole e appagante di un’accettazione. La pazzia della madre, dapprima evento quasi marginalizzato, diventa nel corso del film una premonizione beffarda. Ed eccolo a vagare da grande tra i corridoi che spesso aveva attraversato insieme alla nonna, per osservare, più che salutare, la madre smunta e risucchiata da un letto. Eccolo a dividersi tra la sua parte ragionevole e quella maniacale e perversa.

L’isolamento è lo status ottimale per innescare i meccanismi sconosciuti della fantasia. Nicola-bambino isolato dal mondo, da quello che sarebbe dovuto essere il suo mondo, ma ancora in pellegrinaggio sulle sue strade scoscese. Nicola-adulto, isolato dal mondo ed ormai lontano da esso. Chiuso in quel che rimane di un’idea curativa e riabilitativa. Un manicomio di anime, “un condominio di santi”. In una delle sue opere più rappresentative “Storia della Follia nell’età classica”, Michel Foucault si impossessa di un’immagine crudelmente esplicativa, “la nave dei folli”. Nell’ultimo decennio del 1400 è una figura inseguita da molti, in particolare, Sebastian Brant la trasforma in un’opera satirica e Hieronymus Bosch in un dipinto pieno di figure grottesche, deformate, impegnate su una barca arenata  in un non-luogo -un luogo comunque lontano dalla socialità- ad abbuffarsi di cibarie. Nel primo capitolo dell’opera, intitolato appunto <<Stultifera Navis>>, Foucault, approdato ormai a raccontare l’esperienza classica della follia, scrive  “[…]Eccola solidamente ormeggiata in mezzo alle cose e alle genti. Trattenuta e tenuta ferma. Non più barca, ma ospedale”. Forse è proprio quello che accade a Nicola. Oggetto di maree e ondate violente prima e bloccato al centro della terra dopo. La fine delle tempeste ed il puzzolente silenzio di un manicomio, gli fanno acquisire  l’incapacità di percepire l’odore del mare e le sue delizie,o guardandolo di non distinguerne i colori. Celestini si serve di un ambiente imbottito di richiami metaforici, il supermercato. Spesso richiami facili e immediati, ma forse niente più di un supermercato può raccontare tra i suoi scaffali, la fragilità dell’equilibrio tra i desideri e la realtà.  I Clash alla fine degli anni ’70 cantavano “I’m all lost in the supermarket/ I can no longer shop happily/I come in here for the special offer/a guaranteed personality”. Nonostante Nicola debba comprare solo quello che la suora gli scrive nella lista, si ritrova a combattere con con il Nicola (Giorgio Tirabassi in una delle sue migliori interpretazioni) che vorrebbe comprare tutto senza criterio, senza valutare la qualità del prodotto, senza conoscerne l’utilità. Anche Marinella è un prodotto di questo supermercato. Un amore infantile ritrovato che non si può più possedere perché forse non si è stati educati alla conquista. “Al supermercato c’è tutto” dice Nicola, ma serve denaro, serve guadagno, serve lavoro. Marinella è una donna e come tale potrebbe subire l’attrazione di un uomo, ma per averla serve autonomia, serve fiducia, serve lavoro sfiancante di seduzione. Tutto ciò che appare banale prassi, a Nicola è negato. L’isolamento dal mondo non è osservabile solo nella fisicità di  un ospedale,infatti, è un’attività che spesso non ha solide forme, ma solo intenti continui e coordinati di repulsione. A volte non è facile individuare chi prima respinga il consueto svolgersi di una vita libera, se la follia attecchisca incontrollata come ortica, o se ci sia una selezione di semi. Comunque, nonostante dopo i “favolosi anni ‘60”, Basaglia abbia aperto i cassetti impolverati dell’umano buon senso, non è possibile ancora recitare quel guizzo di ottimismo che sempre Foucault ci ha donato “Forse un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia […]”. Purtroppo, sappiamo ancora definirla e trattenerla, darle una forma sgrammaticata e povera di lessico.

La pecora nera è un film utile. Aggettivo che non è nel novero dei giudizi estetici e che forse, da un punto di vista cinematografico, potrebbe non essere apprezzato. Ma è utile perché ci dota di una piccolissima torcia elettrica per iniziare il nostro percorso nel buio. Il buio che sono le paure, le delusioni, la mala educazione, la mancanza di guide, il buio che è tutto ciò che non ci siamo concessi il tempo o la volontà di conoscere.  Forse, il duro e indocile percorso verso l’avvicinamento – che si oppone alle troppe esperienze di isolamento a cui ci siamo abituati- , inizia proprio dal disprezzo per il compatimento, quello figlio di uno sfibrato buonismo e di una compiacente sensazione di superiorità, con cui tutti, indistintamente, tendiamo ad amoreggiare. “Ma i matti a che servono?”, con una nuova domanda in testa e la speranza di riconciliarsi col mondo.

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