La chiave di Sara

titolo originale Elle s’appelait Sarah
nazione Francia
anno 2010
regia Gilles Paquet -Brenner
genere drammatico
durata 111 min
distribuzione Lucky red distribuzione
cast K. Scott Thomas (Julia Jarmond), M. Mayance (Sarah Starzynsky), N. Arestrup (Jules Dufaure), F. Pierrot (Bertand Tezac), M Duchaussoy ( Edouard Tezac), D. Frot (Genevieve Dufaure), N. Mashkevich (Mme Starzynsky) G.Casadesus (Memè), A. Quinn (Wlliam Rainsferd), J. Fournier, S. Eine (Franck Levy)
sceneggiatura S. Joncour, G Paquet-Brenner
fotografia P. Ridao
montaggio H. Schneid
uscita nelle sale 13 gennaio 2012

Una giornalista americana, Julia Jarmond che da più di 20 lavora e vive a Parigi insieme al compagno e alla figlia, coinvolta nell’inchiesta sull’estate del ’42 a Parigi riguardanti il drammatico evento del Velodromo d’Inverno, si imbatte nella storia di Sarah e della sua famiglia.


a cura di Laura Preite (voto 6/10)

16  luglio 1942. L’esercito nazista con le autorità collaborazionista di Vicky, organizza una retata di proporzioni esorbitanti, costringendo 13.000 ebrei parigini e provenienti da zone limitrofe, a sostare per giorni all’interno del Velodromo della capitale francese, nel pieno centro della città, nell’attesa di essere deportati verso i campi di concentramento. La chiave di Sara è un tentativo discretamente riuscito di illuminare un altro pezzo di Storia che rischierebbe, se abbandonato a brevi capitoli manualistici, di oscurarsi. Il film scorre su rette temporali differenti. Una ci catapulta nella Francia di Petain, fresco di un accordo con Hitler che lo costringerà alla persecuzione di tutti francesi di cultura ebraica. L’altra ci trascina nel presente, in una Parigi lucidata e diversa dai lontani anni ’40, ma in cui è facile inciampare nelle dolorose piaghe che non trovano cura.

Julia Jarmond fa la giornalista, compagna di un architetto in carriera, che vorrebbe portarla a vivere nella casa che apparteneva ai suoi nonni. Ed è proprio in quell’ambiente ristretto, ricoperto di carta da parati e serbatoio di  vecchi e mescolati odori, che la newyorkese Julia riceve il dono della memoria. Quella che si nasconde, ma se scovata, cresce fino a raggiungere le dimensioni ingestibili delle ossessioni. Tra i colpevoli silenzi del suocero, l’indifferenza graffiante del compagno, l’ignoranza che attanaglia le giovani generazioni, che a tratti nel film diventa una facile costruzione narrativa, Julia, determinata, vuole distruggere quel muro di tempo che le tappa lo sguardo.  Riprende in braccio Sarah e ritrova il filo della sua vita disperso per il mondo, tra un vecchio continente vittima di se stesso e un’America che non sempre è garanzia di cambiamento.  Storie che si riagganciano nonostante le vertiginose distanze di spazi e tempi. Racconti che faticosamente si scrostano e si lasciano toccare. La Storia è questo. Un corpo ormai denudato che  necessita del calore di una mano educata a  toccare e conoscere. Ma spesso i corpi nudi intirizziscono i nervi e se non eccitano, diventano visioni abominevoli che costringono a bendarsi gli occhi. La Shoah è uno di quei corpi abominevoli sul quale tanti occhi ancora non hanno avuto il coraggio di posarsi.  La chiave di Sara è un occhio particolare. Non concede immagini alle brutture dei campi di concentramento  e di sterminio, ma continua a mostrarci- come tante pellicole hanno fatto in precedenza- la smorfia della malvagia complicità di molti volti che non sono riusciti ad impedire quell’irrimediabile tracollo umano.

  “A volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre.  Ma se una storia non viene raccontata diventa qualcos’altro. Una storia dimenticata”. Il film inizia a parlare  così, senza orpelli retorici, ma con la franchezza di un aut-aut. O si racconta o si dimentica.  La pellicola l’ho vista in un Cinema con una sola sala, uno di quelli che portano il fastidioso nome chiarificatore “d’essai”. Forse per far respirare la Storia, la nostra Storia, potremmo iniziare a liberarci dai veleni del pensiero elitario e degli intellettualismi rancidi.  Se l’indagine storica è corretta e non raffazzonata per impugnare l’aurea statuetta d’oltre oceano (spero non inizino a detestarmi gli amanti di Benigni e del suo tentativo riuscito a meno di metà, di raccontare la Shoah), servono le multisale e un circuito di distribuzione che si accorga che la Storia piace a tutti quanti- molto più di quanto possano credere ora i grandi calcolatori ossessionati dagli incassi- , più delle tette e dei culi che, per la precisione, hanno un bacino limitato di interessati al tema, anche e solo per manifeste preferenze sessuali.

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Info Il Cinema Bendato
Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

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