Et in Terra Pax


titolo originale Et in Terra Pax
nazione Italia
anno 2010
regia Matteo Botrugno • Daniele Coluccini
genere Drammatico
durata / note 89 min. / opera prima
distribuzione Cinecittà Luce
cast M. Tesei (Marco) • U. D’Onorascenzo (Sonia) • M. Botrugno (Faustino) • F. Gomiero (Federico) • G. Gentile (Massimo)
sceneggiatura M. Botrugno • D. Coluccini • A. Esposito
fotografia D. Manca
montaggio M. Marrone
uscita nelle sale 27 Maggio 2011


Marco, dopo cinque anni passati in carcere, torna a casa sforzandosi di cercare una vita normale. Sonia, studentessa universitaria, lavora nella bisca di Sergio; il suo tentativo di studiare e di rendersi indipendente economicamente viene vanificato dalla dura realtà che la circonda. Faustino, Massimo e Federico, diversi fra loro ma costretti a un’amicizia che li rende apparentemente invulnerabili, si trovano invischiati in una serie di eventi concatenati che li porteranno a scontrarsi non solo fra loro, ma anche con la dura realtà della strada.


a cura di Sergej Brevjic (voto 7/10)

Sembra di essere quasi a Scampia, ma è la borgata malconcia e cinerea romana. E’ estate, non c’è molto movimento, non c’è molto da fare, e quel poco viene impiegato tra qualche tiro al pallone e qualche tiro di polvere bianca.

Impianto realista con struttura da epopea (le musiche di Vivaldi e inserti di inquadrature da pathos), in cui sono presenti temi come la vedetta, la mancanza di vie di fuga, il film tiene una quota narrativa regolare, non cambia bruscamente registro ma soprattutto la tensione rimane sempre sul livello di guardia senza mai calare o farsi implosione improvvisa; tutto è semplicemente inevitabile come un treno che non può far altro che percorrere il suo binario. Pagando forse pegno al non incisivo approfondimento dei personaggi, per quanto alcuni di essi possano assurgere al ruolo di mere macchiette, è un interessante sguardo sulle periferie, credibile, ben realizzato, coeso, capace di una buona sceneggiatura e con il coraggio di mettere davanti la cinepresa facce nuove, inedite. Coraggioso, silenzioso nel suo impatto che non si sporca di retorica, e a parte qualche passaggio dove appare evidente una vena recitativa amatoriale, è a suo modo originale per come si sviluppa per come viene portato avanti e per come si risolve: non si va mai su di giri, non si esagera, non ci sono ingenuità imperdonabili, la periferia è mostrata per quello che è, certo non parliamo di periferia tout-court.

Il coatto è il vestito del degrado, e dalla sua maschera di indifferenza pare trasparire più che una condizione di rassegnazione, un’accettazione del suo ruolo in una comunità che non chiede o esige altro, il coatto è inerme senza il suo abito, e non si può permettere di abbassare la guardia, seppur conscio di poterlo fare, a suo rischio e pericolo.

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