Matti da slegare


__FOCUS ideato e curato da
Serena Ganzarolli

nazione Italia
anno 1975
regia Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Stefano Rulli, Sandro Petraglia
genere documentario
durata 140 min
distribuzione Indipendenti Regionali
fotografia Ezio Bellani, Dimitri Nicolau
montaggio Sandro Petraglia, Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Stefano Rulli

Oltre 30 anni fa lo psichiatra Franco Basaglia indicò un obiettivo determinato da perseguire nella cura delle malattie mentali e del disadattamento: svuotare lentamente i manicomi, da lui considerati i ghetti dell’emarginazione ed evitare nuovi ricoveri con un lavoro di prevenzione nei quartieri, nelle fabbriche, nelle scuole. Per documentare questa tesi, il film penetra all’interno dell’ospedale psichiatrico di Colorno (Parma) oppure segue all’esterno alcuni dei ricoverati dimessi e impegnati, grazie alle esperienze delle amministrazioni interessate, in fabbriche, fattorie e così via.

a cura di Serena Ganzarolli (voto 7/10)

Chi soffre di disagi legati alla sfera psichica riesce a porre un problema non da poco nel modo in cui è organizzata la nostra società, che, dovendo affermare se stessa e opprimere l’individuo si crea i suoi sani e i suoi malati. Questo focus vuole inquadrare come nel Cinema i vari registi hanno vissuto questo tema, quali generi si sono preferiti ad altri, quali forme di narrazione. Lo scopo del focus è quindi raccontare la storia di questi conflitti nel cinema, non intende fornire una risposta, ma solo un o più elementi di riflessione su un tema che è rimasto nel dimenticatoio troppo a lungo.

Nel 1975, Silvano Agosti e Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli decidono di girare un documentario che dimostri che gli ospedali psichiatrici non servono a niente se non a togliere dallo sguardo della gente “normale” chi diventa un peso. Figlio del suo tempo, degli anni Settanta, del clima profondamente rinnovatore dal punto di vista culturale e sociale di quel periodo, Matti da slegare è un’opera di un’importanza storica eccezionale, che rivisto oggi sicuramente risulta distante da chi lo guarda, ma che non smette di parlare a chi decide di interessarsi alla questione psichiatrica.

Matti da slegare mostra effettivamente come si sviluppa il conflitto tra individuo e società: Paolo (che potrebbe tranquillamente essere uno dei bambini che Truffaut amava tanto rendere protagonisti dei suoi film e che oggi verrebbe definito un iperattivo problematico) non vuole andare a scuola, mette in crisi completa tutta l’istituzione scolastica. Angelo incarna in sé le contraddizioni dell’idelogia marxista e dell’emigrazione dalla montagna verso la città, che rende la prima succube al turismo e la rende oggetto di uno stravolgimento culturale tanto inevitabile quanto doloroso e sofferto. E’ grazie a Marco, infine, che la telecamera ha la possibilità di esplorare all’interno della sua disastrata famiglia, causa di molti dei suoi problemi.

La seconda parte del documentario è predominata dalla presa di coscienza che avviene anche nel cuore di chi sa seguire una pellicola del genere, certamente non facile, a tratti particolarmente ripetitiva, ma sicuramente utile e di un’umanità straordinaria. E’ con la coscienza di un male che quasi gratutitamente viene inflitto ai “malati”, che vediamo le interviste fatte ad una famiglia che ha deciso di ospitare alcuni di questi bambini già considerati irrecuperabili, segnati nello stesso registro insieme a vecchi di novant’anni.
La telecamera si sposta poi nella fabbrica, all’esterno della quale campeggia la scritta “W GLI OPERAI DELL’OFFICINA TATO”, e dove uno dei tre operai usciti dall’istituto psichiatrico ha cancellato tutte le domeniche dal calendario, perché, come intepreta bene un suo collega “la vita è dove c’è collettività, per cui la domenica non è un giorno, per lui”.

La vicenda di Matti da Slegare, infine, si sposta intorno all’ospedale psichiatrico Colorno, luogo di molte nefandezze ai danni dei “matti”, e dove i due registi raccolgono molte delle interviste più crude.

Se è quasi ovvio considerare questa una pellicola storica, che indaga su una delle più importanti realtà del nostro Paese, non è ovvio capire il messaggio che Matti da slegare vuole lasciare a chi guarda: certo, eliminare gli istituti, sicuramente; ma è anche vero che i registi ci vogliono mostrare che molti pazienti non vogliono lasciare quei luoghi, perché lì hanno una sicurezza, una certezza, ed è quella di non essere soli. In effetti, il documentario vuole sì ribadire il concetto dell’inutilità dell’istituzione psichiatrica, ma anche fornire una descrizione di una realtà molto più complessa, in cui soggetti politici di vario genere si scontrano, e per cui l’istituzione del manicomio risulta alla fine essere la prova del nove per ognuno di loro.

La telecamera si fa quasi oggetto passivo in Matti da slegare, ma si determina tutte le volte in cui ci mostra volti diversi da quelli che siamo abituati a vedere, volti solcati da vite diverse.

Non è che questo, Matti da slegare: un documentario di volti, che si susseguono uno dietro l’altro, di storie che si lasciano raccontare, rivendicazioni di dignità umana che abbiamo bisogno, come civiltà allo stato attuale in decadimento, di risentire, di rivedere, di rivivere.



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