…E ora parliamo di Kevin


titolo originale We need to talk about Kevin
nazione Gran Bretagna
anno 2010
regia Lynne Ramsay
genere Drammatico / Thriller
durata 110 min.
distribuzione Bolero Film
cast T. Swinton (Eva) • J. Reilly (Franklin) • E. Miller (Kevin) • S. Fallon (Wanda) • A. Gerasimovich (Celia)
sceneggiatura L. Ramsay • R. Kinnear
musiche J. Greenwood
fotografia S. McGarvey
montaggio J. Bini
uscita nelle sale 17 Febbraio 2012


Eva mette da parte ambizioni e carriera per dare alla luce Kevin. La relazione tra la madre e il bambino è però molto difficile sin dai primissimi anni. A quindici anni Kevin compie un gesto irrazionale ed imperdonabile agli occhi dell’intera società. Eva lotta contro una profonda amarezza e atroci sensi di colpa. Ha mai amato suo figlio? Ed è in parte colpevole di ciò che ha fatto Kevin?

a cura di Alessia Paris (voto 7/10)

Gli italiani i titoli proprio non li sanno tradurre. Ormai è un dato di fatto. Nemmeno quando sono facili come questo. “…E ora parliamo di Kevin” per quanto impercettibile, è profondamente diverso rispetto all’originale “We need to talk about Kevin“. Il primo infatti sembra semplicemente l’inizio di un qualsiasi racconto su un personaggio chiamato Kevin, titolo che non denota alcuna caratteristica al soggetto in questione, anzi quasi lo definisce positivamente, percorrendo la falsa riga di un incipit da commediola di serie B. “We need to talk about Kevin” vuol dire “Dobbiamo parlare di Kevin”, abbiamo bisogno di parlare di Kevin, è necessario parlare di Kevin. Questo titolo, al contrario del primo, denota in partenza un carattere negativo al soggetto Kevin in questione, ci fa capire anticipatamente che Kevin è fonte di problemi, motivo per cui se ne deve parlare. Potrete scambiarla per pignoleria, ma anche il titolo di un film è importante e trovo davvero stancante dover trovare sempre dei difetti di traduzione, soprattutto perché vengono fatti a cuor leggero, senza credere che siano importanti.

Invece importanti lo sono, come in questo caso, che tutto il nucleo psicologico del film si fonda su un dialogo non avvenuto, su un confronto non attuato. “We need to talk about Kevin” ma non l’abbiamo fatto, non ci siamo riusciti. Così come nelle coppie il cliché del “dobbiamo parlare” arriva per sviscerare problemi già esistenti e spesso così insidiati da non poter più essere sradicati e risolti, il “dobbiamo parlare di Kevin” ha la stessa valenza metaforica, implicita e non compresa, ma importante.

Fatta questa premessa forse tediosa ma a mio avviso necessaria, comincio anche io a parlare di Kevin. Un ragazzino con delle attitudini diverse da quelle di qualsiasi altro ragazzino della sua età. La sua crescita ci viene mostrata attraverso dei flashback-ricordo vissuti dalla madre, in un periodo non identificato ma che presto riusciamo a collocare come un “dopo”. Un dopo qualcosa, qualcosa di indefinito ma che percepiamo come tragico, come terribile, come drammatico. Più il film percorre il suo andamento, più riusciamo a formulare ipotesi convincenti riguardo l’evento che ha definito il passaggio da un prima ad un dopo nella vita di questa donna. Infatti ci vengono mostrate delle scene della crescita di questo bambino, che viene sempre più caratterizzato da un’aura di malignità e latente psicosi, manifesta solo nei confronti della madre e nascosta agli occhi del padre, in un doppio gioco sempre più evidente e perturbante.

Lynne Ramsay riesce in modo abile a narrarci una storia attraverso una regia calibrata e intelligente, giocando con l’aiuto della scenografia e la fotografia per manifestare i caratteri psicologici che sempre più sembrano inglobare l’immagine e impadronirsi di essa. Un solo difetto – purtroppo sostanziale – torna come un nodo a battere sui denti del pettine. Precisamente possiamo ritrovarlo in una frase, l’ultima pronunciata da Kevin prima del finale del film e il suo gesto che ne consegue. Una scena, questa, che mette inevitabilmente in discussione la pellicola stessa, non come realizzazione ovviamente, ma come senso attribuito, come interpretazione. Per motivi ovvi non posso rivelarvi di cosa parlo, tuttavia posso dire che se questa scena fosse stata omessa, o meglio, se fosse stata affrontata in modo diverso, l’intero film avrebbe potuto venir interpretato come il racconto di una psicosi e di una follia “pura”. Il mettere in discussione questo elemento proprio a cinque secondi dal finale non è una scelta a mio parere felice, perché avrebbe necessitato il supplemento di almeno un paio di scene stile flashback-ricordo a sostenerla e confermarla.

Voglio infine porre una nota positiva riguardo la scelta dell’attrice protagonista Tilda Swindon, una donna con un viso ma soprattutto uno sguardo peculiare che nell’inconscio spettatoriale viene probabilmente associata ad un personaggio negativo, forse perché ha interpretato diversi ruoli famosi con questo delineamento caratteriale. Tuttavia, proprio per questo motivo, la scelta di questa attrice nel ruolo di una madre di certo più vittima di violenza che generatrice indiretta di essa, genera ambiguità e mette ad ogni fotogramma in discussione le nostre convinzioni riguardo Kevin, tenendo sempre viva la possibilità di colpevolezza di questa donna “visivamente non-materna”.

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Info Il Cinema Bendato
Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

One Response to …E ora parliamo di Kevin

  1. Anonimo says:

    Adoro quando qualcuno dà voce ai miei pensieri. Mi riferisco alla “forse tediosa premessa” che anche io ho trovato assolutamente necessaria. Ho amato così tanto questo libro che, quando ho scoperto la traduzione italiana del titolo (del film, perché invece il libro aveva conservato la traduzione letterale del titolo originale) mi sono sentita in qualche modo “tradita”, come se avessero distorto il titolo del MIO libro. Per non parlare dei tre puntini di sospensione iniziali che trovo ridicoli, quasi offensivi. Comunque bella recensione, complimenti.

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