Gente comune


__FOCUS ideato e curato da
Serena Ganzarolli

titolo originale Ordinary People
nazione U.S.A.
anno 1980
regia Robert Redford
genere Drammatico
durata 121 min.
distribuzione CIC
cast D. Sutherland (Calvin Jarrett) • M. Moore (Beth Jarrett) • J. Hirsch (Dr. Berger) • T. Hutton (Conrad Jarrett) • M. Walsh (Allenatore) • E. McGovern (Jeannine) • D. Manoff (Karen) • S. Doebler (Buck Jarrett)
sceneggiatura A. Sargent
musiche M. Hamlisch
fotografia J. Bailey
montaggio J. Kanew

La vita ordinata e serena dei Jarrett di Chicago è devastata dalla morte di uno dei due figli. L’altro è straziato da un forte senso di colpa. Uno psichiatra li aiuta.

a cura di Serena Ganzarolli (voto 6,5/10)

Più o meno tutti, nella nostra vita, abbiamo pronunciato la fatidica espressione “sono cose che succedono” in riferimento ad un evento triste che colpisce qualcuno che conosciamo, più o meno direttamente.

Robert Redford decide di indagare nella vita della gente comune colpita da lutti di questo tipo, e mostrare allo spettatore ciò che succede quando un evento così devastante come la morte di un parente irrompe nella vita di un giovane un po’ particolare: timido, sensibile, introverso, estremamente diverso dai suoi coetanei, Conrad è un ragazzo che ha tentato il suicidio subito dopo la morte del fratello. Un dolore indicibile gli pesa dentro, la mancanza dell’elaborazione del lutto coi suoi tempi, lunghi, ma da rispettare, cozza con quello che la società borghese auspica per lui: un superamento del dolore facile e senza problemi per chi lo circonda.

Protagonista assoluta del film è, ancora una volta, come in Family Life, la casa: è lì, in quella perfetta casa sempre in ordine, che Conrad vive con la madre, incapace di provare sentimenti verso qualcuno dopo la morte del figlio, e col padre, un uomo insicuro ma sensibile, che tenta con tutti i mezzi di far uscire il figlio dal tunnel del malessere. E sarà proprio lui a dargli il numero di uno psichiatra, figura che qui vediamo affrontare in maniera molto interessante da parte di un regista americano: lo psichiatra è una specie di supereroe, manca quindi certamente nel film la critica alla psichiatria, relegata soltanto allo scetticismo borghese, da una parte, e dall’altra, all’onnipresente senso di vergogna che Conrad prova in veste di paziente.

In Gente Comune si processa la borghesia statunitense e l’impossibilità per un ragazzo sensibile ed introverso di sviluppare il lutto nel modo che ritiene più opportuno, in una società che tenta addirittura di nascondere il dolore e la sofferenza. Purtroppo, però, il regista non riesce a fornirci una chiave di lettura critica dell’istituzione psichiatrica, rendendo così Gente Comune un film certamente accessibile a chiunque, ma che finisce col semplificare il problema della sofferenza psichica (importantissimo, negli Stati Uniti, considerando che è lì che si consumano più psicofarmaci al mondo), semplificazione che avviene rivestendo di un’aura salvifica la figura dello psichiatra.

L’incontro/scontro che vediamo consumarsi continuamente tra Conrad e lo psichiatra nello studio di quest’ultimo, è lo stesso che avviene in effetti dal punto di vista della narrazione: da una parte il film è ammantato dalla sensibilità e dalla delicatezza di Conrad e del padre, ma purtroppo dall’altra finisce per scadere in tristi cliché impersonificati dallo psichiatra.

Nonostante questa notevole caduta di stile che a tratti si è costretti a subire guardando il film, è estremamente interessante osservare come un regista americano sia riuscito a fare a pezzi, letteralmente, la famiglia borghese americana e tutte le finzioni di cui è circondata (centrale, in questo senso, è la scena della festa, in cui una carrellata di pezzi di discorsi senza importanza vengono mostrati allo spettatore, a formare una serie di frasi totalmente superficiali), grazie alla forza della sensibilità di un ragazzo e alla sua sofferenza.



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