Le conseguenze dell’amore


titolo originale Le conseguenze dell’amore
nazione Italia
anno 2004
regia Paolo Sorrentino
genere Drammatico
durata 100 min.
distribuzione Medusa Film
cast T. Servillo (Titta di Girolamo) • O. Magnani (Sofia) • A. Giannini (Valerio) • R. Pisu (Carlo)
sceneggiatura P. Sorrentino
musiche P. Catalano
fotografia L. Bigazzi
montaggio G. Franchini

Titta di Girolamo è un uomo di mezza età che vive in un albergo di un anonimo paese svizzero.  Scontroso, solitario, scostante. Ma ad un certo punto si fa travolgere completamente dal bisogno d’amore e legami che per troppo tempo aveva respinto.

a cura di Laura Preite (voto 8,5/10)

Le conseguenze dell’amore  è il secondo lungometraggio del regista napoletano Paolo Sorrentino. Film pluripremiato con David di Donatello 2005 per miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior regia, miglior direttore della fotografia, miglior attore protagonista. Con Nastro d’argento 2005 a Toni Servillo come miglior attore protagonista, per miglior soggetto, per miglior fotografia. Una cascata di riconoscimenti.

Prima di iniziare a scrivere di questo capolavoro, anche io ho fatto finta di appuntare un pensiero, emulando Titta di Girolamo: “Non sottovalutare le conseguenze dell’amore”. Perché sono film come questi che ti tormentano, ti strattonano e ti trattengono ostaggio della settima arte e di chi la lustra quotidianamente con la propria intelligenza. Quando ho visto e rivisto Le conseguenze dell’amore ho percepito lo stesso piacere che ricordavo di vivere durante la lettura di uno dei tanti romanzi di Simenon. Come se Sorrentino avesse ingoiato di quel grande protagonista della letteratura novecentesca, intelligenza, capacità di scavare fino agli abissi dell’animo senza far notare il minimo accenno di fatica, raffinata ironia, amara ed elegante malinconia.

In questo film c’è tutto quello che un divoratore di pellicole vuole trovare per appagare desideri e saziarsi di competenze. Una sceneggiatura da manuale del cinema. Esigui i dialoghi, ma di fulminea ed imbarazzante efficacia. I personaggi si raccontano con lo sguardo, senza suppellettili lessicali o sbavature di interpretazione. Freddi volti che si alternano e si scontrano sullo schermo, ti riempiono lo sguardo e si fanno conoscere con lentezza, gradualmente. Si spogliano senza fretta ed imbrigliano a sé la curiosità dello spettatore che afferra le poche battute, prova a comprenderle, a masticarle per memorizzarle prima di ascoltare la successiva. Musiche che sibilano durante tutto il film e ti controllano senza ritegno lo stato d’animo. Ti fanno oscillare nelle direzioni che il regista decide di intraprendere. Non c’è scampo all’ipnosi della scena iniziale, tra il tappeto che scorre sulla destra e l’idietronic dei Lali Puna che ti aiutano a spegnere l’attenzione sulla realtà circostante e a rivolgerla totalmente alle immagini. Un’opera d’architettura cinematografica che diventa esempio, diventa studio, diventa termine di paragone, diventa fonte di altro, diventa prima di un seguito e targa di uno stile.

Doveroso un accenno agli strumenti, ma non da meno è il prodotto contenutistico della pellicola. Sorrentino lascia scoprire Titta di Girolamo, gli  fornisce poche frasi, poche coordinate spazio temporali. Ma lo farcisce di solitudine, piccolezza (di cui il protagonista è consapevole e che trasmette senza filtri), sudditanza e vigliaccheria. Merito del regista che sa scolpire e rifinire, ma soprattutto di un insuperabile Toni Servillo. Sorrentino-Servillo è ormai un binomio nominale e artistico sinonimo di qualità. Un idillio raro da concretizzare, ma che gonfia di speranze il panorama cinematografico italiano.

Titta di Girolamo è solo. È disperatamente solo. La famiglia lo rifiuta, non ha amici, se non il ricordo di un vicino di casa che non vede da 20 anni, ma che sostiene, senza valutare il rischio del ridicolo, sia il suo migliore amico. Parte del labirintico circuito mafioso, è costretto ad eseguire ordini sempre uguali datigli dai superiori, assicurando precisione e rigoroso rispetto. La sua vita è intrappolata in un albergo, vaga con finta sicurezza tra una sala da the, le scale ed una camera da letto, tra le labbra una sigaretta che sembra non finire mai. Una vita straziata dal silenzio delle assenze, dei rifiuti e delle inconcepibili o obbligate scelte.

Ma nonostante ci si barrichi dentro se stessi, dentro luoghi soffocanti, nonostante si siano anestetizzate le nausee della disperazione, ad ognuno è concesso imbattersi nell’amore, con le sue conseguenze. Anche Titta scivola nell’agguato delle sue attenzioni, considerato il suo navigare distratto e superficiale su cose e persone. Si innamora e tutto quella staticità si sgretola nelle sue mani come una delicata bolla di vetro soffiato. Recuperare i cocci è impossibile. Titta sembra un ragazzo alle prese con quel macigno di battiti, bollori, strani fraseggi dello stomaco e pensieri unidirezionali che accompagnano l’innamoramento, quando ancora non lo si è riconosciuto e non lo si è presentato a se stessi con un nome. Il protagonista non sa gestire questa rovente valanga di cambiamento. Lo travolge senza scomporlo, lo investe senza sporcarlo, lo uccide senza urla. Il dolore è padrone della parte finale del film. Viene iniettato negli ultimi minuti e non lascia spiragli. Sottile, incandescente, totalizzante e tossico.

Questo film non è solo consigliato, è una tappa preziosa e fondamentale del cinema italiano dell’ultimo decennio e per questo motivo deve entrare a far parte della lista dei film che ci si è posti di vedere. Raccontare la brutalità del crimine con i silenzi, senza uno sparo. Aggredire lo spettatore con quella raffica saltuaria di intelligenza nascosta nelle battute che il protagonista pronuncia. Raccontare l’incontrollabile entrata in scena dell’amore senza adagiarsi sulle banalità. Inventare vite e raccontare quelle di tanti. Solo un grande osservatore come Paolo Sorrentino è capace di fare tutto questo e di condensarlo in 100 minuti. Sorrentino è un vanto.

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Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

3 Responses to Le conseguenze dell’amore

  1. Sergej Brevjic | Cinema Bendato says:

    sempre memorabili i personaggi plasmati da servillo. ottimo connubio.

  2. Michelle says:

    la poesia del silenzio, la riflessione come causa della solitudine, la solitudine come comprensione della necessità dei rapporti umani..colonna sonora fantastica e travolgente. grande film, e voi avete hai grande gusto!

  3. Anonimo says:

    Uno dei più bei film italiani degli ultimi 10 (20?) anni. Un’opera perfetta, c’è poco da dire. Sorrentino è la grande speranza del nostro cinema.

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