La sorgente dell’amore


titolo originale La source des femmes
nazione Belgio
anno 2011
regia Radu Mihaileanu
genere Drammatico
durata 135 min.
distribuzione Bim Distribuzione
cast H. Herzi (Loubna Esmeralda) • L. Bekhti (Leila) • S. Tsouli (Mohamed) • M. Akhmiss (Soufiane) • S. Ouazani (Rachida) • Z. Soualem
sceneggiatura A. Blanc • R. Mihaileanu
musiche A. Amar
fotografia G. Speeckaert
montaggio L. Troch
uscita nelle sale 9 Marzo 2012


Leila, giovane sposa magrebina, propone alle donne del suo villaggio di fare lo sciopero dell’amore: niente più sesso finché gli uomini non porteranno l’acqua al villaggio. E alla fine le donne la spunteranno.

a cura di Alessia Paris (voto 6,5/10)

Nell’incipit del film compaiono delle righe sullo schermo d’introduzione alla pellicola che ci preannunciano lo spirito fiabesco e irreale della storia che stiamo per guardare. Non mi sento di svelare nulla quindi dicendo già da ora che queste donne, alla fine, riusciranno ad ottenere quello per cui combattono: un pozzo nel loro villaggio che porti l’acqua.

Arrivare fino alla sorgente in cima alla montagna è pericoloso e faticoso; è un compito che spetta alle donne, alle femmine, perché da secoli è così, perché la tradizione insegna che è compito delle donne occuparsi della casa e di tutte le faccende ad essa connesse, come andare a procurarsi l’acqua. Gli uomini sono impegnati in guerra, o meglio, lo erano. Adesso se ne stanno riparati all’ombra sul balcone di un bar a consumare un the dopo l’altro e a vantarsi di quanti figli maschi hanno sfornato le proprie consorti.

Quando però l’ennesima donna cadrà lungo il sentiero, perdendo l’ennesimo figlio che porta in grembo, Leila – la straniera, “principessa ribelle” – scuoterà le altre donne affinché le cose cambino; le esorterà a mettere in atto uno sciopero dell’amore, ovvero uno sciopero del sesso o per meglio dire – aggiungo io – uno sciopero allo svuotamento di palle degli uomini. Perché è inutile girarci intorno e trovare chissà quali parole meno volgari o più auliche per dirlo, è di questo che si tratta. In un mondo in cui la donna non può imparare a leggere e scrivere, in un mondo in cui viene impedito alle donne di pensare, in un mondo in cui “non date loro l’acqua, perché una volta che la otterranno finirà che vi chiederanno anche la lavatrice; e quando non sapranno cosa fare invece di lavare i panni, finirà che parleranno al telefono e chissà quanti soldi andranno via per le bollette”, in un mondo in cui partorire figli morti a causa della fatica e degli sforzi è sinonimo di non fecondità e di vergogna, in un mondo in cui una donna che decide di non far l’amore può venir ripudiata e sostituita con un’altra ben disposta alla passione, beh, in questo mondo non c’è spazio per l’amore, ma solo per gli svuotamenti di palle di cui sopra.

Leila è l’eccezione, perché il suo non è stato come quello di tutte le sue compagne e amiche un matrimonio programmato. Suo marito la ama e l’ha scelta, le ha insegnato a leggere e a scrivere e soprattutto la rispetta. Almeno questo è quello che il film vuole raccontare. Io non sono totalmente d’accordo. Perché quest’uomo, per quanto infinitamente migliore di ogni altro in quel villaggio sperduto da Dio, è comunque un uomo che come tutti gli altri non ha mosso un dito per cambiare le cose autonomamente. Era anch’egli volontariamente cieco, soggiogato dal “così è sempre stato” e che ha agito solo quando sua moglie gli ha ricordato come vanno le cose.

“Io esisto” dice Leila. Le donne esistono, ma è molto più facile e soprattutto comodo pensare che servano solo per sfornare figli – maschi, vi prego! – e mandare avanti la baracca mentre l’uomo di casa si compiange al bar. Ovunque si vada, dagli Stati Uniti all’Islam più radicale, in fondo la radice comune dell’essere umano è la stessa, perché si fonda su secoli di false verità, difficili e dolorose da estirpare. Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma è da sciocchi pensare che oggi – anche (!) nel mondo cosiddetto civilizzato – la donna abbia davvero ottenuto gli stessi diritti (non su carta, ma nel pensiero – e comunque non ovunque) dell’uomo. Un mondo in cui datori di lavoro ancora propongono abominevoli e vergognosi contratti a donne per “non restare in stato interessante” pena il licenziamento o di firmare anticipatamente “spontanee” dimissioni in bianco senza data nel caso restino incinte.

Radu Mihaileanu con La sorgente dell’amore, ci racconta la storia di una rivolta e dice di farlo attraverso una favola. Ma forse dimentica che le favole dovrebbero donare speranza e coraggio, io personalmente sono uscita dal cinema con un sentimento d’odio e di disapprovazione. La sua favola (SPOILER: fermatevi a leggere se non avete visto il film) si conclude con lo Stato che, impaurito dalla potenza dello sciopero delle donne (che temono possa coinvolgere le donne di tutto il Paese), concede loro il contentino di un pozzo nella piazza del villaggio, mentre gli uomini continuano a restare a scaldarsi il didietro ai tavolini del bar aspettando che arrivi la sera per farsi spalancare le gambe dalle mogli invece che fare lo sforzo di violentarle.

Bell’insegnamento, davvero. Se le “favole” al cinema hanno qualcosa di buono, è che hanno una potenza di diffusione a macchia d’olio; con questa morale che si conclude con un inno all’uomo (eh sì), cantato da una delle donne, di certo la diffusione non avverrà ma al contrario questo finale ci fa capire come sia irrealizzabile un cambiamento reale e duraturo, disincentivando la ribellione e la protesta. I contentini forse basteranno alle donne di quel villaggio, ma non possono e non devono bastare alle donne di tutto il mondo reale.

L’unica soluzione è – ancora una volta – nelle mani delle donne, nelle vesti di madri, che devono quotidianamente pretendere la crescita e l’istruzione dei propri figli, maschi o femmine, ma soprattutto che insegnino ai maschi a diventare uomini migliori dei loro padri. La soluzione è forse situata nello sradicamento del vecchio, di chi ha una mente retrograda e bigotta, negli anziani che hanno congelato il loro pensiero all’interno di una comoda tradizione dogmatica, senza la voglia o l’interesse (ma soprattutto il bisogno) di metterla in discussione. Come avevamo visto accadere in Offside di Jafar Panai, la speranza vive nelle nuove generazioni, capaci di pensare con la propria testa, ma che hanno troppa paura dello sguardo ammonitore degli adulti. Quando i vecchi saranno i giovani di oggi, ci sarà speranza allora?

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