Romanzo di una strage


titolo originale Romanzo di una strage
nazione Italia
anno 2011
regia Marco Tullio Giordana
genere Drammatico / Storico
durata 130 min.
distribuzione 01 Distribution
cast V. Mastandrea (Luigi Calabresi) • P. Favino (Giuseppe Pinelli) • L. Chiatti (Gemma Calabresi) • F. Gifuni (Aldo Moro) • O. Antonutti (Giuseppe Saragat) • L. Lo Cascio (Paolillo) • G. Tirabassi (Professore) • S. Scandaletti (Pietro Valpreda) • D. Fasolo (Giovanni Ventura) • G. Marchesi (Franco Freda) • T. Trabacchi (Marco Nozza) • G. Lazzarini (madre di Pinelli) • M. Cescon (moglie di Pinelli) • D. Ribon (Giancarlo Stiz) • C. Casadio (Brigadiere PS) • C. Invernizzi (Pietro Calogero) • A. Vitale (Pasquale Valitutti) • G. Colangeli (Federico Umberto D’Amato) • F. Russo Alesi (Guido Giannettini)
sceneggiatura M. Giordana • S. Petraglia • S. Rulli
musiche F. Piersanti
fotografia R. Forza
montaggio F. Calvelli
uscita nelle sale 30 Marzo 2012

Il film racconta tre tragiche vicende dell’Italia di fine anni ’60 ed inizio del decennio successivo. Un Paese mai realmente ripulito dalle tracce di fascismo, in preda ai deliri degli schieramenti politici extra parlamentari, incapace di rivelare il vero.

Recensione flash per cinefili pigri
a cura di Alfredo Sciortino

M. T. Giordana torna a rovistare tra ferite ancora parzialmente aperte della storia italiana, ricostruendo con dettaglio e con una molteplicità di personaggi la strage di Piazza Fontana e dandone la sua versione. Un film, pur sfiorante la fiction, importante, ben fatto, fedele alle tensioni dell’epoca e con recitazioni ottime. Un pregio? E’ un film neutrale. Un difetto? Forse è troppo neutrale.

a cura di Laura Preite (voto 5,5/10)

Fosse solo la Strage di Piazza Fontana (spero che nessuno percepisca quel “solo” come un tentativo di alleggerimento o il sospiro dell’avvenuta digestione di un dramma) a fare da sfondo all’ultimo lungometraggio di Marco Tullio Giordana, forse usciremmo dalla sala con il cervello rasserenato grazie alla fuga di qualche dubbio o all’acquisizione di pezzi di puzzle storici mancanti. Ma purtroppo non è così. E non è così per più di un motivo. Ma prima di elencare le perplessità, è necessario dedicare al film un’analisi complessiva, che (con enormi difficoltà) provi a spogliarsi per qualche minuto dell’incontrollato caos che ovviamente un tema di questo genere riesce a scatenare.

Giordana si accompagna ad un cast di attori di prima scelta. Da Favino nei panni di Pinelli, a Mastrandrea che interpreta più che egregiamente il ruolo del Commissario Calabresi, ad un Fabrizio Gifuni che il trucco riesce a far rassomigliare vertiginosamente ad Aldo Moro (all’epoca dei fatti narrati, Ministro degli Esteri del Governo Rumor) e poi un elenco interminabile di nomi, Lo Cascio, Colangeli, Trabacchi, Tirabassi, Marchesi, Solli, e una Laura Chiatti che pur non avendo mai dimostrato grandi capacità artistiche, riesce comunque a provocare delusione nello spettatore alla ricerca di progressi.

La nervatura artistica è sufficientemente solida. A parte il cast di attori, i mezzi utilizzati aiutano a veicolare fluidamente le immagini e la storia. Anche senza i titoli ad inizio di ogni capoverso argomentativo, sarebbero state comprensibili le direzioni prese dal regista. Ma questa fluidità tipica dei film di Giordana, che gli permette di entrare a pieno titolo nella casa del cinema civile di larga diffusione e che ha fatto di opere come I Cento Passi o La Meglio Gioventù dei punti di riferimento generazionali, questa volta non è sufficiente. La sceneggiatura del film è parzialmente ispirata al libro di Paolo Cucchiarelli, “Il Segreto di Piazza Fontana” (edizioni Ponte delle Grazie, 2009), ma è farraginosa ed insicura. Come se ogni situazione si inceppasse di fronte alla possibilità che i personaggi raccontati ed interpretati potessero realmente tornare a parlare e smentire. Come se qualcuno potesse guardare e rifiutare amaramente quelle due ore di tragedie a metà tra la democrazia agognata e quella reale, tra le verità (perché stranamente la verità ha superato la sua forma singolare e ha vestito la pluralità – e forse continua ancora a moltiplicarsi) e le manate sul tavolo che gettano a terra le briciole, a metà tra la voglia di scoprire tutto e quella di aspettare che si raffreddino le pistole ancora roventi. Si ammicca alla verità dando ad ogni ruolo un atteggiamento che funga da scudo, Pinelli protettore e paterno, Calabresi vittima, Moro (credo il più insopportabile del film) paternalista, retorico e pedante. Preferivo quello di Bellocchio, con tracce di umanità e libero dalle pretestuose maniere sacerdotali.

Prima di leggere la ormai famosissima replica al film di Adriano Sofri (accusato nel 1990 di essere il Mandante dell’Omicidio del Commissario Calabresi e tornato in libertà lo scorso 16 gennaio), ho ritenuto necessario vedere il film, anche se non nego che l’avida curiosità scalpitava. Ho poi letto le 131 pagine dell’e-book dell’ex leader di Lotta Continua intitolato “43 anni” (http://www.43anni.it/43anni.pdf). Poi ho letto la replica del Giudice D’Ambrosio, poi ho letto l’articolo di PasoliniIo so” pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre del ’74. Poi ho letto il cosiddetto “Manifesto contro il Commissario Calabresi”, firmato da 757 artisti, registi, giornalisti, intellettuali su L’Espresso il 13 giugno del 1971, quando ancora il mondo della cultura – forse anche con troppa avventatezza – sapeva come gestire il proprio percorso, sapeva fermarsi, riflettere, interrogarsi, assumere una posizione ed esprimerla.

Poi mi sono chiesta cosa avessi compreso in questo chiasso di opinioni, in questa folla di supposizioni e posizioni che pur nella loro quantità, non raggiungono il successo di un chiarimento definitivo. Il ricordo della strage di Piazza Fontana, contraddicendo Sofri che nelle prime righe del suo scritto afferma che per pochi sarà “lacerante”, è più doloroso di quanto potessi auspicare. Sì, auspicare. Altrimenti non riuscirei a dare un’utilità a questo genere di film, se non quella di ferire tutti quanti, di nascondere i cerotti e testare la capacità di resistenza alla Memoria. La mia idea degli anni ’70 non nego che abbia delle punte di eccitazione, come tutto ciò che si riesce ad afferrare solo con i desideri (in questo caso, il desiderio è quello di sapere cosa è accaduto). Ma l’eccitazione si è ora arrestata, lasciando la libertà all’insofferenza di procedere indefessa.

Il film di Giordana non soddisfa affatto la mia insofferenza e non la placa. Ci sarà anche quell’attenuante lessicale dal duplice significato a titolare il lavoro, ma potrei provare quasi rabbia per queste citazioni a volte abusive. La verità sui fatti di quel 12 dicembre del 1969 ci sono, eppure dal film non fuoriesce che un’ipotesi accantonata – a detta di D’ambrosio – per bocca di un Commissario. E ci ritroviamo con le righe dei quotidiani che si infittiscono di giochi polemici e ricostruzioni soggettive e non, che vedono un giudice dare ragione ad un giornalista condannato dalla giustizia italiana per i crimini di cui sono graffiati gli anni ’70 e tanti protagonisti dei fatti, spettatori dell’epoca, passanti distratti di quegli anni, continuare a nascondersi dietro la complessità, giustificazione nuda protetta solo dalla pigrizia di alcuni e dalla reticenza di altri. È chiaro che ricostruire quel ritaglio di storia d’Italia sarà un’operazione complicata, ma non credo lo sarà più di altre. Ed ecco perché non mi accontentò più della vaghezza e delle frasi lapidarie e traballanti “era una guerra civile”, “non si saprà mai dov’era la ragione e dov’era il torto”, “non si individueranno mai colpevoli ed innocenti”. Sono cresciuta con fumetti, film dalle sceneggiature quasi perfette, le puntate della Signora in Giallo, a volte viste controvoglia, certezze riguardo all’inaffidabilità dell’essere umano, ma anche tanta fiducia nella sua voglia di raccontarsi e raccontare. A volte per mera vanità, a volte perchè la vergogna sarebbe insopportabile, a volte perché aumentano coloro i quali domandano e le risposte hanno bisogno di credibilità.

Spero comunque che in molti decidano di vedere il film di Giordana nonostante gli “imperdonabili” – per autorevoli attori dell’epoca – errori di ricostruzione storico-giuridica, è comunque un ottimo strumento per risvegliare in tutti quanti il movimento assopito del guardarsi alle spalle e riaccedere le luci. Più d’una. Ne hanno bisogno i familiari che si vedono schiaffeggiati dai venti delle ragioni differenti, ne ha bisogno questo Paese per poter iniziare a rendersi conto che autodefinirsi  “democrazia giovane”  è una scusa suicida.

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Info Il Cinema Bendato
Il Cinema Bendato cerca di sotto-porre l’attenzione su quel cinema che spesso viene messo da parte, che non riceve la giusta luce, che purtroppo non è facile da far raggiungere agli sguardi di un pubblico numeroso. Togliamogli le bende. Togliamoci le bende.

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