Diaz – Don’t clean up this blood

titolo originale DIAZ – Don’t clean up this blood
anno 2012
regia Daniele Vicari
genere Drammatico
durata 127 min.
distribuzione Fandango
cast Claudio Santamaria (Max Flamini), Jennifer Ulrich (Alma Koch), Elio Germano (Luca Gualtieri), Davide Iacopini (Marco), Ralph Amoussou (Etienne), Emilie De Preissac (Cecile), Fabrizio Rongione (Nick Janssen), Renato Scarpa (Anselmo Vitali), Mattia Sbragia (Armando Carrera), Antonio Gerardi (Achille Faleri), Paolo Calabresi (Francesco Scaron), Alessandro Roja (Marco Cerone). Rolando Ravello (Rodolfo Serpieri), Monica Bîrlădeanu (Constantine Giornal), Aylin Prandi (Maria), Sarah Marecek (Inga), Pietro Ragusa (Aaron), Jacopo Maria Bicocchi (Silvio Pieri), Mircea Caraman (Vittorio Donati), Ioana Picos (Gilda), Micaela Bara (Karin), James Longshore (Charles), Razvan Hincu (Amico John).
sceneggiatura Daniele Vicari, Laura Paolucci
fotografia Gherardo Gossi
montaggio Benni Atria

Genova 21 luglio 2001, ore 24.40, i poliziotti fanno irruzione nella scuola Diaz. All’interno sono presenti 93 persone che verrano tutte arrestate e condotte al carcere di Bolzanero per essere torturate.

a cura di Serena Ganzarolli (voto 7/10)

Una bottiglietta di vetro viene lanciata da un manifestante al passaggio di una macchina della polizia di fronte alla scuola Diaz, dove, quella stessa notte, avranno luogo i pestaggi da parte della polizia. La bottiglietta rimane sospesa in aria per un po’, sentiamo una voce fuoricampo dire “This is the first movement in the history that it isn’t asking anything for its own”, la bottiglietta cade a terra, ma non colpisce nulla, si frantuma in mille pezzi, e le storie dei protagonisti, estremamente diversi tra di loro, improvvisamente, si animano: Luca, giornalista de La Gazzetta di Bologna, decide di partire per Genova per documentare ciò che sta succendendo dopo la morte di Carlo Giuliani avvenuta il giorno prima a piazza Alimonda; Nick, un manager che vuole seguire il seminario dell’economista Susan George, sta cercando una stanza d’albergo dove dormire; Anselmo, anziano militante della CGIL – SPI, decide di passare la notte a Genova perché “devo andare a trovare una persona”; Etienne e Cecile sono due anarchici francesi dallo sguardo duro e puro di chi non abbandona il campo prima che la battaglia sia finita, come dirà poi la stessa Cecile; Marco si occupa della logistica del Genoa Social Forum, insieme a Franci, una delle tante avvocatesse che tutela gli arrestati; Alma invece cerca i dispersi del giorno prima insieme alla sua amica.
Abbiamo quindi una componente di manifestanti estremamente eterogenea: l’unica cosa che li accomunerà sarà di essere l’oggetto delle inaudite violenze che avranno luogo nella scuola Diaz di Genova, adibita a dormitorio per l’occasione.
Dall’altra parte, invece, abbiamo l’omologazione per eccellenza: la polizia, il braccio armato dello Stato, che la notte del 21 luglio 2001 decide di compiere quella mattanza che costituirà un punto di non ritorno. Vediamo una polizia sbruffona, a tratti insicura (la presenza di Max Flamini ce lo conferma continuamente), arrogante, misogina, ma decisa nel fare violenze.

C’è però qualcosa che non torna nel film di Daniele Vicari: si mostra tantissima violenza, talmente tanta che chi guarda ne esce nauseato. Non poteva essere diversamente, probabilmente, ma insieme agli schizzi di sangue, la notte del 21, a Bolzaneto, i manifestanti, com’è riportato negli atti processuali, gli stessi su cui si basa il film, vennero sottoposti a torture psicologiche che non possono finire in secondo piano o relegate ad alcune scene, certo significative, ma troppo corte rispetto alla lunga scena di sgombero della Diaz da parte della polizia. Lo squilibrio, per chi conosce gli atti, è evidente: per la cronaca, ai manifestanti fu imposto di cantare “Faccetta nera”, fare il saluto romano, le donne furono minacciate di stupro in continuazione.
Il sangue serve, per Diaz, così come servì vedere i corpi scheletrici di Auschwitz, ma la trama si perde nell’esplosione della violenza, incontenibile, e Vicari non riesce a star dietro all’enorme numero dei personaggi presenti nel film. Concentrarsi solo su due, al massimo tre storie, e sulla violenza fisica e psicologica adoperata da parte della polizia, avrebbe fatto di Diaz un ottimo film. Invece rimane sempre, in chi guarda, la sensazione che non tutto è stato detto, sebbene quel cartello appeso da Cecile “Don’t clean up this blood” dica molto più di quanto ogni parola da parte dei torturati possa dire.

In ogni caso, Diaz è un film che va visto: sia perché riporta a galla un fatto storico sconosciuto o dimenticato dai più, sia perché, non riportando i veri nomi dei poliziotti coinvolti nel caso specifico (cosa che, al contrario di quanto scrive per esempio Vittorio Agnoletto, è un punto di forza), rende universale la vicenda: sebbene non decostruendo in maniera adeguata le logiche interne al corpo di polizia italiano, si evince che quello che capitò alla Diaz non fu un caso isolato, ma un piano premeditatamente studiato in seno ad un movimento, quello no-global, ai tempi estemamente forte. Il pensiero va ovviamente al movimento NO TAV, allo stato attuale determinatissimo per la causa, e alla presenza massiccia della polizia nella Val Susa per difendere la costruzione del treno ad alta velocità.

Un film che, sebbene qualche pecca, riesce a dire cose anche su altro che sé stesso.

E a proposito di questo, nei giorni precendenti all’uscita del film è successo quanto segue: “In una circolare del Ministero degli Interni targata 15 marzo scorso, si ricorda a tutti i poliziotti di non parlare dei film in uscita. Una circolare che fa riferimento al film di Daniele Vicari Diaz.” [Fonte: Cabiria Magazine].

Segnaliamo inoltre che domenica 15 aprile, alle 23.45, in prima visione assoluta, andrà in onda su Rai 3 “Black Bloc”, di Carlo A. Bachschmidt.

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One Response to Diaz – Don’t clean up this blood

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