Black Block

titolo originale Black Block
nazione Italia
anno 2011
regia Carlo A. Bachschmidt
genere Documentario
durata 76 min.
distribuzione Fandango
cast (intervistati) U. Reichel (Muli), N. Martensen, M. Zapatero, M. Gieser, L. Zuhlke, D. Mc Quillan, C. Nogueras
sceneggiatura C. A. Bachschmidt
musiche F. Cerasi
fotografia S. Barabino, H. Erschbaumer
montaggio A. Pantano
uscita nelle sale n.d.

Attraverso Lena e Niels (Amburgo), Chabi (Zaragoza), Mina (Parigi), Dan (Londra), Michael (Nizza) e Muli (Berlino) il film intende restituire una testimonianza di chi ha vissuto in prima persona le violenze del blitz alla scuola Diaz e le torture alla Caserma di Bolzaneto.

a cura di Serena Ganzarolli (voto 7/10)

Un giovane uomo coi dread spinge un passeggino in una strada periferica di Berlino, un cane nero zampetta affianco a loro. Muli si siede, prende un biberon, e allatta una bambina di pochi mesi. La telecamera osserva da lontano la scena. La luce tranquilla del tardo pomeriggio berlinese illumina la scena, e il ragazzo inizia a raccontare la propria vita, quanto si sentiva diverso dagli altri. Voleva qualcosa di più, per sé. Voleva una vita diversa. E la vuole ancora.

Immagini delle manifestazioni dei giorni che vanno dal 19 al 21 luglio 2001 si susseguono, a supporto delle testimonianze di Muli. Le parole del ragazzo si fermano al 21, il documentario a questo punto si fa corale, e, quasi a supporto dell’indicibile sofferenza del ragazzo, intervengono gli altri, a raccontare quello che accadde dopo – già, perché in questa storia c’è un prima e un dopo. Un punto di non ritorno per tutte quelle persone coinvolte nel pestaggio della scuola Diaz ben raccontata da Vicari nel suo film uscito il 13 aprile. Lena e Niels, Chabi, Mina, Dan e Michael, raccontano ognuno la propria storia, una storia personale e collettiva di un gruppo di vite spezzate, ma che non hanno smesso di credere nei motivi che li hanno portati a protestare contro il G8.

Eccoli, i black block, ci dice Bachschmidt, ai tempi dei fatti uno degli organizzatori, in seno al Genoa Social Forum, del percorso del corteo. Guarteli, i black block che cercavano nella scuola. Sì, perché è con quella scusa la polizia ha fatto irruzione nella scuola e con quella scusa ha potuto picchiare e torturare, riducendo molti manifestanti in fin di vita.

Sono passati undici anni, dalla notte della Diaz e dai giorni di Bolzaneto, ma loro hanno ancora voglia di raccontare, ma soprattutto credono ancora nelle cause che li hanno portati a cercare di bloccare il G8.

Ci crede ancora Niels, che dopo essere stato picchiato, pieno di ferite, è stato spruzzato con un estintore. Ci crede ancora Lena, le cui costole rotte dalle tonfa adoperate dalla parte del manico dalla polizia le hanno bucato i polmoni. Ci crede ancora Michael, che riesce a farti scappare un sorriso mentre ascolti la sua incredibile storia. Ci crede ancora Dan, che riesce nel raccontare in maniera intelligentemente sensibile come non fu lasciato solo dal suo compagno Norman e come non lasciò soli gli altri, nemmeno a Bolzaneto: “Ne usciremo fuori insieme”. Ci crede ancora Mina, che ha aiutato Bachschmidt, facendo da interprete nel documentario in cui parlano tre lingue diverse, e raccontando la sua storia. Ci crede ancora Chabi, nonostante la rabbia, i silenzi, la difficoltà di parlare e di raccontare. E ci crede ancora Muli, che ha deciso di superare il suo trauma creando un’associazione che vuole offrire supporto psicologico per i manifestanti vittime delle violenze della polizia.
Una fotografia pulita, limpida come la verità, accompagna le testimonianze dei sopravvissuti alle torture. Nelle immagini non c’è nient’altro, se non il loro corpo e le loro parole che riempiono gli ambienti spogli.

Gli intervistati guardano Genova, il porto, il profilo della città. Non è più solo la Diaz, non è più solo Bolzaneto.

Un uomo coi dread cammina lungo il muro di Berlino, nella sera. E’ sereno. Non dimenticherà mai. Ma è vivo, è sopravvissuto.

Sono sopravvissuti tutti. Ce l’hanno fatta, e grazie all’ultimo film di Daniele Vicari Diaz – Don’t clean up this blood, improvvisamente, in Italia, e si spera anche altrove, questa storia sta tornando a far parlare. Il documentario è stato proiettato domenica 15 aprile su Rai 3 in prima visione assoluta, e, nonostante l’orario di proiezione (quasi mezzanotte) proibitivo, è il segno che qualcosa si muove, che questa storia non vuole essere dimenticata. Che il cinema, insomma, si sta confermando come mezzo migliore per svolgere una delle funzioni principali per cui anche in passato è stato utilizzato: far emergere altre versioni, altri punti di vista, altre verità. Costruire democrazia e testimonianza, insomma.

i.

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