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Don’t clean up this blood – Scheda d’approfondimento

Diaz – Donʼt Clean Up This Blood

Ammettendo fin dallʼinizio quanto Diaz sia un film sbilanciato, forse perfettibile, bisogna dare atto a Vicari di aver realizzato una pellicola che rinuncia consapevolmente al ruolo meramente didascalico che i più le richiedevano. Diaz non si pone come punto finale, confluenza di tutte le testimonianze, risoluzione per sommi capi (espiatori) di uno degli atti più crudeli mai perpetrati dallo Stato sui suoi cittadini. Diaz non tenta di cicatrizzare una ferita ancora aperta, non lascia essiccare il sangue inseguendo presunte verità storiche ma lo lascia ancora scorrere fluido sui muri, lo ricostruisce nella memoria, lo reifica a tal punto da proporlo come personaggio principale.

La sua forza maggiore infatti si manifesta proprio nelle scene che dovrebbero rendere visibile lʼirruzione della Polizia di Stato nella scuola adibita a dormitorio. La scelta registica è qui audace e spiazzante come probabilmente non sarà più per tutto il resto della pellicola. Vicari cancella il singolo decidendo di lavorare invece su due masse così differenti tra loro. Non più lʼicona individuale (come poteva essere Carlo Giuliani) ma una composizione eterogenea e diversificata che si scontra con un blocco compatto e inconsapevole di chi aveva di fronte. Allʼinterno di un luogo così dolorosamente reale costruisce un set da film horror di serie B, giocando con le dinamiche del genere, ribadendo così il suo voler essere finzionale al solo scopo di evidenziare lʼimpossibilità del cinema nel mostrare tali immagini. Vicari sfiora ripetutamente il confine del possibile per poi dire allo spettatore: “la ricostruzione può arrivare fino a qui, oltre la verità sarebbe talmente assurda da risultare finta”.

Non che le scene mostrate non siano degli autentici pugni nello stomaco: i manganelli che colpiscono ciechi qualsiasi cosa trovino davanti sono indigeribili anche per lo spettatore più distaccato, le pozze di sangue quasi disgustano per il loro realismo, le urla e le suppliche in tutte le lingue possibili sono la richiesta dʼaiuto di unʼintera generazione massacrata. Lo spettatore è immerso in questa notte di follia senza che possa alzare un dito o una mano, inerme come gli occupanti della Diaz, ferito dagli stessi colpi ma enormemente più colpevole, reo di avere ammesso una tale carneficina e di averla poi dimenticata. Il film di Vicari è tremendamente politico proprio perchè considera il proprio pubblico alla stregua dei poliziotti, perchè li condanna delle loro stesse colpe. Al posto di quelle figure senza volto, quei corpi bidimensionali che si muovono nella notte potrebbe esserci chiunque tra di noi. Eʼ proprio qui che Vicari universalizza abilmente la vicenda (come fatto notare nella recensione) e la innalza ad ammonimento morale. Rifiutandosi di essere documentario ma con lʼaspirazione ben maggiore di farsi documento, si pone come unico e necessario obiettivo quello della filologica ricostruzione dei fatti per ripristinare una mancanza, un vuoto di memoria al quale solo il cinema può porre rimedio. Cinema come cristallizzazione dellʼatto, come segno inscritto nei corpi, unici veicoli portatori di verità. Diaz è un lodevole tentativo di ripristino della memoria pubblica attraverso la ricostruzione e la ricombinazione narrativa dei materiali audiovisivi ma che funziona veramente solo quando rinuncia ad annodare tutti i fili del racconto. Quando si perde diluendosi nei mille rivoli dei personaggi che tenta di seguire e si aggrappa disperato ai volti, agli sguardi di una generazione a cui è stata sfigurata l’innocenza.

Lorenzo Bottini

Sic Fiat Italia


titolo originale Sic Fiat Italia
nazione Italia
anno 2011
regia Daniele Segre
genere documentario
durata 56 min.
sceneggiatura Daniele Segre
distribuzione I Cammelli S.a.s

Il Documentario di Daniele Segre racconta le vicende riguardanti lo stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino, durante i giorni del referendum proposto dai vertici della casa automobilistica italiana ai lavoratori. Con un Sì o con un No dovevano decidere rispettivamente se continuare a lavorare cambiando ritmi e standard o se lasciar chiudere la fabbrica.

a cura di Laura Preite (voto 7,5/10)

Daniele Segre torna ad osservare l’Italia con l’occhio di una telecamera e la gelida lente dell’intelligenza. Dopo Morire di Lavoro del 2008, Sic Fiat Italia è un altro documentario che meriterebbe una distribuzione massiccia, ma a detta dello stesso regista, ospite del XIII Festival del Cinema Europeo di Lecce, neanche Rai Tre è interessata a farsene carico. Silurato da tutte le reti televisive, pubbliche e private, perché forse personaggio troppo scomodo per un Paese che non sa più dove comprare tappeti per nascondere polveri, detriti e immondizia.

Come dichiarato dallo stesso Segre, il documentario non è il tentativo poco ambizioso di raccontare i due giorni del referendum del 13 e 14 gennaio 2011. Il risultato sarebbe stato una semplice e banale inchiesta giornalistica ricca di interviste e povera di riflessione. In 54’ invece, si ha la possibilità di catapultarsi   negli ultimi 20 del mondo del lavoro italiano, attraverso altri suoi lavori come ad esempio “Partitura per volti e voci. Viaggio tra i delegati della CGIL”(1991).  Voci, volti, interviste, urla, dignità e coraggio. Un percorso tra le rivendicazioni sindacali, le lotte dei singoli che cercavano di appropriarsi di spazi, di informarsi e pretendere nuovi diritti, l’intellighenzia che non guardava inerme lo spettacolo del tira e molla, ma  assumeva un posizionamento e almeno, costruiva barricate. Le scene in bianco e nero, si sovrappongono e si alternano alle scene a colori, a quel parlare misto, a quella generazione che sentenzia in torinese, ma nella rabbia l’accento scivola a sud, tra Calabria, Sicilia, Puglia e Campania.  Non solo Torino. La Fiat è l’Italia intera, tutta lì, concentrata in quei capannoni che la possono raccontare. Singoli percorsi di vita che potrebbero scrivere storia. Da un punto di vista strettamente tecnico, Segre gioca con i colori della pellicola e con le sequenze. Tutto fa pensare al contrasto, al confronto- tra un ieri non troppo lontano ed un oggi che soffre- alla protesta intaccata ormai dal germe della debolezza o forse della remissività, che è sicuramente peggio.

Il documentario non è affatto un ritaglio obiettivo. Ci sono giudizi, critiche, una polemica educata. Che il referendum proposto dai vertici della Fiat ai lavoratori di Mirafiore sia stato un arrogante ricatto che i media sono riusciti a rivestire di legittimità, è un fatto palese. Ma poi la polemica, cercata ed espressa, si ritira e ci lascia guardare questo lago stagnate che è il nostro Paese, dove tutto è accettato ed accettabile. Dove tutto succede e viene risucchiato nel tempo, dove i soprusi sono presentati come misure cautelari in vista di una crisi economica che ci sovrasta, dove gente in doppiopetto con sguardo caritatevole e secchione, chiede sacrifici a chi ha dolore alle mani, e quest’ultimo ha perso la voglia di reagire. Al massimo sputa di fianco quando veramente è troppo.

Se non guardiamo questi documentari, noi membri dell’esercito del post-acne e del pre-problema-di-prostata o pre-menopausa, che entriamo nel supermercato del lavoro chiedendoci quale prodotto-ricatto conviene di più per evitare almeno il suicidio da depressione e inattività prolungata (mi scuso per i toni solo perché la lista di suicidi che compare ultimamente sui giornali è l’unica notizia di cronaca che leggo, odiando profondamente i quotidiani. La leggo per continuare ad arrabbiarmi), continueremo ad abituarci a questa latente crudeltà. Per smuovere anche negli stagisti non pagati e passionari (questa è per pochi e per chi conosce i miei ultimi giorni in cui ho tentato goffamente di vestire i panni di Giovanna D’Arco e mi sono ritrovata senza un ridicolo attestato e con un tailleur nell’armadio che mi guarda con l’aria di sfida) il pensiero che il lavoro non è un favore, non è una rivisitazione dello schiavismo in chiave post-moderna,  ma è l’unico modo che abbiamo per continuare a sentirci utili ed ogni tanto anche soddisfatti.

The Rum Diary – Cronache di una passione

titolo originale The Rum Diary
paese U.S.A.
anno 2011
regia Bruce Robinson
genere Drammatico, Commedia
durata 120 min.
cast J. Depp (Kemp), A. Eckhart (Sanderson), M. Rispoli (Sala), A. Heard (Chenault), R. Jenkins (Lotterman), G. Ribisi (Moberg), A. Nolasco (Segarra), B. Smitrovich (Mr. Zimburger), E. Cilenti (Digby), B. Chott
sceneggiatura B. Robinson
soundtrack C. Young
fotografia D. Wolski
montaggio C. Littleton
distribuzione 01 Distribution
uscita in sala 24.04.12
link al trailer Trailer italiano


Tratto dal primo romanzo di Hunter S. Thompson, The Rum Diary racconta la storia del giornalista free lance Paul Kemp (Johnny Depp). Stanco della confusione e della follia di New York e delle pesanti convenzioni sociali dell’America negli ultimi anni di Eisenhower, Kemp si trasferisce a Puerto Rico per scrivere su un quotidiano locale, The San Juan Star, diretto da Lotterman (Richard Jenkins). Adeguatosi volentieri all’abitudine dell’isola di bere continuamente rum, Paul è ossessionato da Chenault (Amber Heard), la bellissima americana del Connecticut fidanzata con Sanderson (Aaron Eckhart). Sanderson, un uomo d’affari implicato in loschi investimenti immobiliari, è uno dei sempre più numerosi imprenditori americani decisi a trasformare l’incontaminata Puerto Rico in un paradiso capitalistico a disposizione dei ricchi. Quando Sanderson lo assume per scrivere a favore del suo progetto, Kemp ha di fronte a sé una scelta: usare le sue parole per sostenere il corrotto uomo d’affari o usarle per attaccare il suo progetto.

a cura di Lorenzo Bottini (voto 6+/10)

E’ evidente che non si possa cominciare a scrivere una qualsiasi riflessione su The Rum Diary senza considerare la figura di Johnny Depp come nodo generatore dellʼintero progetto. La sua voglia di portare sullo schermo il primo romanzo scritto dallʼamico Hunter S. Thompson di cui era già stato alter-ego in Fear and Loathing in Las Vegas è palese in ogni inquadratura di un film che lo vede costantemente in scena e ne subisce tutte le conseguenze del caso. Così The Rum Diary vive in bilico tra un sogno lungo un giorno di Raoul Duke ed uno sliding doors di Blow, in un farsi filmico che non può evitare di annodarsi alla maschera del suo onnipresente attore protagonista e alle cedevoli tentazioni dellʼone man show.

Eʼ ormai chiaro quanto Johnny Depp sia nel cinema contemporaneo un trademark inconfondibile, un tipo fisso a cui i suoi copioni si uniformano aderendovisi. La folle idea di re-interpretarsi in un possibile prequel quindici anni dopo il cult-movie di Terry Gilliam appare come lʼennesima conferma di quanto la relazione referenziale tra corpo attoriale e personaggio finzionale in Depp sia irrimediabilmente frantumata; lʼincredulità dello spettatore di fronte al tentativo dellʼattore di interpretare un personaggio che sulla carta dovrebbe avere la metà dei suoi anni apre affascinanti fratture nella struttura narrativa.

Il personaggio di Paul Kemp diventa inevitabile ricettacolo di tutte le sue precedenti caratterizzazioni creando uno strano corto-circuito tra ruolo e personaggio che conferisce alla pellicola una luce sospesa tra sogno e ricordo, illuminando una Portorico da cartolina anni ʼ50 in cui piomba alieno il giovane giornalista. Questʼatmosfera onirica e nostalgica contraddistingue lʼintero film di Bruce Robinson fin dalla sequenza iniziale che, sulle ali di un biplano smaltato, ci trasporta attraverso le nuvole (con sottofondo di un inglesizzato Modugno) fino al paradiso terrestre delle isole caraibiche. Come se la macchina del tempo filmica avesse riportato Johnny Depp alle radici del suo personaggio attraverso un detour purificatorio in un luogo mentale, utopico e irraggiungibile a cui lʼattore vuole a tutti i costi appartenere. Un corpo altro che si muove allʼinterno di uno spazio del ricordo, modellato inseguendo i sogni etilici sbiaditi al mattino seguente.

Ed è così che accanto al più convenzionale buddy-buddy movie emergono folgorazioni quasi post-noir che evidenziano da una parte la fascinazione del luogo immaginato, dallʼaltra la coscienza dellʼimmaginario, dellʼimpalpabilità del sogno. Parzialmente intrappolato in una bi-dimensionalità che si riverbera nei personaggi-funzioni di contorno, dallʼaffarista corrotto che crede di essere un colonialista ottocentesco, alla fanciulla del Connecticut inconsapevole dark lady, allʼamico spalla fidata di nottate alcoliche, The Rum Diary affianca racconto di formazione al romanzo americano della perdita dellʼinnocenza, della necessità di aprire gli occhi sulla realtà consacrando quellʼultima bevuta tra amici prima del neocapitalismo, di Kennedy e di Nixon, del Vietnam e del risveglio. Lucidi come non vorremmo mai essere.

To Rome with Love


titolo originale To Rome with Love
nazione U.S.A. / Italia / Spagna
anno 2012
regia Woody Allen
genere Commedia
durata 110 min.
distribuzione Medusa Film
cast A. Baldwin (John), E. Page (Monica), W. Allen (Jerry), J. Eisenberg (Jack), P. Cruz (Anna), A. Pill (Hayley), G. Gerwig (Sally), R. Benigni (Leopoldo), O. Muti (Pia Fusari), J. Davis (Phyllis), C. Alt (Carol), R. Scamarcio (rapinatore), L. Calvani (giornalista), M. Alvarez, F. Parenti (Michelangelo), I. Ferrari, A. Mastronardi (Milly), V. Marchioni (Aldo), D. Comperatore, A. Albanese (Luca Salta), L. Sastri (amica al cinema), A. Tiberi (Antonio), C. Fortuna (Rocco), M. Rocco, M. Nappo (Sofia), E. Purgatori (Architetto)
sceneggiatura W. Allen
fotografia D. Khondji
montaggio A. Lepselter
uscita nelle sale 20 Aprile 2012


Un noto architetto americano rivive la sua gioventù; un borghese romano qualunque all’improvviso si trova ad essere la massima celebrità di Roma; una giovane coppia provinciale è attratta in incontri romanici separati; un regista di opera americano tenta di far salire sul palcoscenico per cantare un impresario di pompe funebri.

a cura di Alessia Paris (voto 5,5/10)

Vedere un film malriuscito di Woody Allen fa provare un po’ la stessa sensazione dell’andare a pranzo dalla nonna e accorgersi che la pasta che ha preparato è scotta. Inaccettabile, quasi… per non dire impossibile.

Woody Allen ha 77 anni e non so voi, ma io gli voglio un gran bene. Scrivere una recensione negativa su un suo film mi provoca fastidio e dispiacere. Un po’ come leggere un libro che ha scritto un caro amico, accorgersi che è mediocre e aver paura di dirglielo. Di certo non ho la presunzione di credere che gliene importi qualcosa della mia opinione, ma secondo la logica del mio rapporto univoco d’affetto cinematografico nei suoi confronti, scrivere male di un suo lavoro mi procura non pochi disagi e sofferenze.

Tuttavia c’è poco da fare, rimbocchiamoci le mani e parliamo di questo A Roma con amore.

To Rome with Love è una commedia corale senza una vera e propria trama unificatrice, il perno centrale è Roma – come ci dice la dedica del titolo stesso – e il racconto si articola sotto forma di una serie di racconti sconnessi tra loro che dovrebbero complessivamente formare il quadro di un tutto. Ma questa Roma è la Roma vista dai turisti, vuoi che siano americani in vacanza, vuoi che siano americani lì per studio o per lavoro, vuoi che siano italiani del sud che si comportano da provinciali, o vuoi che siano romani che non vivono Roma al pieno delle sue potenzialità (Roberto Benigni è sì un romano, ma è anche un romano “estraneo” a Roma, vittima della monotonia casalingo-lavorativa fin quando non diventa casualmente famoso).

La Roma da cartolina che Woody Allen ci racconta è una Roma fruibile per un pubblico americano, quel pubblico innamorato della fontana di Trevi, del Colosseo e della pizza e mandolino. Una Roma per quei turisti che si perdono nelle strade, che girano e rigirano la cartina tra le mani e non sanno da che parte andare. (Per uno che a Roma ci vive, l’idea di perdersi non fa ridere, ci può far ridere al massimo che qualcuno che viene da New York si perda per Roma.)

Quattro sono gli episodi principali:

Woody Allen e consorte che vengono a Roma per conoscere il futuro marito della figlia che ha deciso di sposare un italiano; Ellen Page (Juno) e Jesse Eisenberg (The Social Network) in un classico episodio vecchio stile – sicuramente il più riuscito tra i quattro – in cui l’amore tra una coppia stabile viene messo in discussione da una donna esuberante e nevrotica; Roberto Benigni e il suo diventare improvvisamente famoso senza motivo; e infine Alessandro Tiberi (Boris) e Alessandra Mastronardi (I Cesaroni) in due rispettivi episodi paralleli riguardo una coppia di giovani sposini di Potenza che viene a Roma per un colloquio di lavoro del marito.

E’ difficile riuscire a disegnare il quadro generale del film, perché l’intera pellicola è talmente satura di attori che spesso ci si perde – soprattutto per un pubblico italiano – nel gioco dell’ “oddio guarda chi è quello”. Ma forse questo è l’aspetto più riuscito e più divertente della pellicola, ovvero il riuscire a ricreare una confusione narrativa che ben rispecchia la caoticità tipica della romanità.

Ma se andiamo ad analizzare i singoli episodi, si fanno prepotenti più i difetti che le qualità della pellicola. Se le quattro idee che reggono rispettivamente i quattro episodi di To Rome With Love contengono una qualche forma di originalità, questa ben presto si perde e si rovina nello sviluppo narrativo. Ho riflettuto sui motivi che possono aver condotto a un tale disfacimento narrativo e sono arrivata alla conclusione che le cause principali sono due: la prima è sicuramente la qualità (scarsissima) attoriale e la seconda è la fretta (palpabile) con cui è stato partorito il film.

Riguardo le prestazioni attoriali, essendo l’episodio interamente americano (Ellen Page e Jesse Eisenberg) l’unico ad essere soddisfacente dal punto di vista recitativo, mi domando se il problema di fondo non consista nel problema della lingua di recitazione e nell’incapacità di Woody Allen di cogliere le sfumature degli attori italiani scelti per interpretare i vari ruoli. Difatti degli attori italiani pochi davvero si salvano. Non sono un’amante di Albanese, ma lui è forse l’unico, insieme a Benigni, che può venire escluso da questo discorso critico. Il personaggio di Alessandro Tiberi per esempio, è creato sul prototipo Woody Allen degli anni d’oro, il suo personaggio rispecchia chiaramente il profilo dei protagonisti dei classici woodyalleniani, senza tuttavia essere minimamente all’altezza. La stessa Alessandra Mastronardi è una ragazza molto graziosa e dal viso dolce che richiama simpatia, ma neanche lei riesce a rivestire i panni del suo ruolo, rendendosi parodia di sè stessa. Tutti gli altri personaggi collaterali sono terribilmente vanziniani e da commedia della vergogna.

Dal punto di vista della fretta palpabile di cui parlavo, faccio riferimento alle idee portanti dei singoli episodi. Ogni episodio ha infatti un’idea di base buona, che con la sapienza comica di Woody Allen sarebbe potuta diventare una fantastica idea. Invece il tutto resta sciapo, “scotto” come la pasta di cui dicevo all’inizio.
Alcune scene vengono prolungate senza motivo, alcune idee vengono gestite talmente male da farle assumere come più prevedibili di quanto non siano in realtà, il tutto condito con un montaggio davvero pietoso che aggiunge confusione là dove avrebbe invece dovuto fornire compattezza e risolutezza.

La nota dolente più grave del film inoltre, e in questo Woody Allen la passa liscia, è sicuramente il doppiaggio, forse il peggiore mai ascoltato negli ultimi anni, come forse solo i film con attori di nazionalità diverse sanno creare. L’inverosimiglianza, la macchinosità, la pura bruttezza del doppiaggio fa perdere almeno un 15% di gradimento al pubblico. Tuttavia mi sento in dovere morale di escludere Leo Gullotta da questa critica, che ha avuto l’arduo compito di doppiare per la prima volta dopo la morte di Oreste Lionello (il doppiatore storico di Mr. Allen) il regista e attore newyorkese. Se nella prima scena in cui compare Allen infatti, avvertiamo una “smagliatura” nella sua voce, col passare delle scene e col proseguire del film ci abituiamo subito e il trauma che personalmente tanto attendevo non è avvenuto, anzi.

Inoltre, spiegatemelo vi prego, come si fa a far dire in un film girato a Roma “devi superare due isolati per arrivare in via Tal de Tali”? Ah, i personaggi si trovavano a Piazza Venezia. Ditemi voi dove li hanno visti i traduttori questi due isolati. E poi, perché tutti gli attori americani parlano (nel doppiaggio, s’intente) in italiano perfetto, mentre un personaggio che interpreta un italiano (il marito della figlia americana di Woody Allen) parla l’italiano con accento americano? Misteri della fede.

In conclusione, è con l’arrivo degli anni zero che la filmografia di Woody Allen ha cominciato a subire quello che ormai è diventato un luogo comune: il singhiozzo qualitativo dei suoi film. Uno sì e uno no, si dice. Un film bello e uno brutto, si dice. Ma chi lo dice? Un po’ tutti… la critica, il pubblico, gli appassionati, i nostri amici, noi stessi.

E se Basta che funzioni era “sì”, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni era “no”, Midnight in Paris era “sì”, c’è poco da fare… che To Rome With Love fosse “no” lo sapevamo da tempo. C’è chi scherzando dice che un film lo gira lui e quello dopo lo fa girare a qualcun’altro. Stando a questa “matematica previsione artistica” speriamo almeno che il prossimo sia di nuovo un convinto “sì”.

Flussi di suoni: Soundtrack_marzo2012

Marzo 2012
FLUSSI DI SUONI

a cura di Noa Persiani

Questa rubrica sarà attiva coinvolgendo tutte le colonne sonore dei film che verranno recensiti ogni mese. Si comporrà una playlist di tutti i brani ritenuti migliori. Si potrà votare il brano preferito, o anche la stessa colonna sonora. Sarà interessante conoscere i gusti differenti dei lettori coinvolti da questa rubricaLa selezione dei brani di questo mese da postare su questa rubrica è stata oltremodo ardua. A voi la scelta del voto come miglior brano o colonna sonora!

Non ho mai composto coscientemente musica visuale. La mia opera ispira spesso immagini profonde e inconsce, oniriche. Se si legano immagini diverse alla mia musica, penso che vada tutto bene. Differente è pensare che a essa possano andare collegate solo le scene del film. La musica acquisisce forza e anima dalla nostra memoria e dalla nostra coscienza. Molte delle mie composizioni sono legate di fatto a film mentre nella mia mente sono connesse a sensazioni ed emozioni che ho vissuto precedentemente a quando ho composto queste note.

[M. Nyman]

Soundtrack “Cinema Bendato” – Marzo 2012

Io Non Sono Qui – Sonic Youth

Poeti dall’Inferno – Jan A.P. Kaczmarek

Cesare deve morire –  G. Taviani, G. Travia

Quasi Amici – L. Enaudi

The Lady – E. Serra

 


Romanzo di una strage


titolo originale Romanzo di una strage
nazione Italia
anno 2011
regia Marco Tullio Giordana
genere Drammatico / Storico
durata 130 min.
distribuzione 01 Distribution
cast V. Mastandrea (Luigi Calabresi) • P. Favino (Giuseppe Pinelli) • L. Chiatti (Gemma Calabresi) • F. Gifuni (Aldo Moro) • O. Antonutti (Giuseppe Saragat) • L. Lo Cascio (Paolillo) • G. Tirabassi (Professore) • S. Scandaletti (Pietro Valpreda) • D. Fasolo (Giovanni Ventura) • G. Marchesi (Franco Freda) • T. Trabacchi (Marco Nozza) • G. Lazzarini (madre di Pinelli) • M. Cescon (moglie di Pinelli) • D. Ribon (Giancarlo Stiz) • C. Casadio (Brigadiere PS) • C. Invernizzi (Pietro Calogero) • A. Vitale (Pasquale Valitutti) • G. Colangeli (Federico Umberto D’Amato) • F. Russo Alesi (Guido Giannettini)
sceneggiatura M. Giordana • S. Petraglia • S. Rulli
musiche F. Piersanti
fotografia R. Forza
montaggio F. Calvelli
uscita nelle sale 30 Marzo 2012

Il film racconta tre tragiche vicende dell’Italia di fine anni ’60 ed inizio del decennio successivo. Un Paese mai realmente ripulito dalle tracce di fascismo, in preda ai deliri degli schieramenti politici extra parlamentari, incapace di rivelare il vero.

Recensione flash per cinefili pigri
a cura di Alfredo Sciortino

M. T. Giordana torna a rovistare tra ferite ancora parzialmente aperte della storia italiana, ricostruendo con dettaglio e con una molteplicità di personaggi la strage di Piazza Fontana e dandone la sua versione. Un film, pur sfiorante la fiction, importante, ben fatto, fedele alle tensioni dell’epoca e con recitazioni ottime. Un pregio? E’ un film neutrale. Un difetto? Forse è troppo neutrale.

a cura di Laura Preite (voto 5,5/10)

Fosse solo la Strage di Piazza Fontana (spero che nessuno percepisca quel “solo” come un tentativo di alleggerimento o il sospiro dell’avvenuta digestione di un dramma) a fare da sfondo all’ultimo lungometraggio di Marco Tullio Giordana, forse usciremmo dalla sala con il cervello rasserenato grazie alla fuga di qualche dubbio o all’acquisizione di pezzi di puzzle storici mancanti. Ma purtroppo non è così. E non è così per più di un motivo. Ma prima di elencare le perplessità, è necessario dedicare al film un’analisi complessiva, che (con enormi difficoltà) provi a spogliarsi per qualche minuto dell’incontrollato caos che ovviamente un tema di questo genere riesce a scatenare.

Giordana si accompagna ad un cast di attori di prima scelta. Da Favino nei panni di Pinelli, a Mastrandrea che interpreta più che egregiamente il ruolo del Commissario Calabresi, ad un Fabrizio Gifuni che il trucco riesce a far rassomigliare vertiginosamente ad Aldo Moro (all’epoca dei fatti narrati, Ministro degli Esteri del Governo Rumor) e poi un elenco interminabile di nomi, Lo Cascio, Colangeli, Trabacchi, Tirabassi, Marchesi, Solli, e una Laura Chiatti che pur non avendo mai dimostrato grandi capacità artistiche, riesce comunque a provocare delusione nello spettatore alla ricerca di progressi.

La nervatura artistica è sufficientemente solida. A parte il cast di attori, i mezzi utilizzati aiutano a veicolare fluidamente le immagini e la storia. Anche senza i titoli ad inizio di ogni capoverso argomentativo, sarebbero state comprensibili le direzioni prese dal regista. Ma questa fluidità tipica dei film di Giordana, che gli permette di entrare a pieno titolo nella casa del cinema civile di larga diffusione e che ha fatto di opere come I Cento Passi o La Meglio Gioventù dei punti di riferimento generazionali, questa volta non è sufficiente. La sceneggiatura del film è parzialmente ispirata al libro di Paolo Cucchiarelli, “Il Segreto di Piazza Fontana” (edizioni Ponte delle Grazie, 2009), ma è farraginosa ed insicura. Come se ogni situazione si inceppasse di fronte alla possibilità che i personaggi raccontati ed interpretati potessero realmente tornare a parlare e smentire. Come se qualcuno potesse guardare e rifiutare amaramente quelle due ore di tragedie a metà tra la democrazia agognata e quella reale, tra le verità (perché stranamente la verità ha superato la sua forma singolare e ha vestito la pluralità – e forse continua ancora a moltiplicarsi) e le manate sul tavolo che gettano a terra le briciole, a metà tra la voglia di scoprire tutto e quella di aspettare che si raffreddino le pistole ancora roventi. Si ammicca alla verità dando ad ogni ruolo un atteggiamento che funga da scudo, Pinelli protettore e paterno, Calabresi vittima, Moro (credo il più insopportabile del film) paternalista, retorico e pedante. Preferivo quello di Bellocchio, con tracce di umanità e libero dalle pretestuose maniere sacerdotali.

Prima di leggere la ormai famosissima replica al film di Adriano Sofri (accusato nel 1990 di essere il Mandante dell’Omicidio del Commissario Calabresi e tornato in libertà lo scorso 16 gennaio), ho ritenuto necessario vedere il film, anche se non nego che l’avida curiosità scalpitava. Ho poi letto le 131 pagine dell’e-book dell’ex leader di Lotta Continua intitolato “43 anni” (http://www.43anni.it/43anni.pdf). Poi ho letto la replica del Giudice D’Ambrosio, poi ho letto l’articolo di PasoliniIo so” pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre del ’74. Poi ho letto il cosiddetto “Manifesto contro il Commissario Calabresi”, firmato da 757 artisti, registi, giornalisti, intellettuali su L’Espresso il 13 giugno del 1971, quando ancora il mondo della cultura – forse anche con troppa avventatezza – sapeva come gestire il proprio percorso, sapeva fermarsi, riflettere, interrogarsi, assumere una posizione ed esprimerla.

Poi mi sono chiesta cosa avessi compreso in questo chiasso di opinioni, in questa folla di supposizioni e posizioni che pur nella loro quantità, non raggiungono il successo di un chiarimento definitivo. Il ricordo della strage di Piazza Fontana, contraddicendo Sofri che nelle prime righe del suo scritto afferma che per pochi sarà “lacerante”, è più doloroso di quanto potessi auspicare. Sì, auspicare. Altrimenti non riuscirei a dare un’utilità a questo genere di film, se non quella di ferire tutti quanti, di nascondere i cerotti e testare la capacità di resistenza alla Memoria. La mia idea degli anni ’70 non nego che abbia delle punte di eccitazione, come tutto ciò che si riesce ad afferrare solo con i desideri (in questo caso, il desiderio è quello di sapere cosa è accaduto). Ma l’eccitazione si è ora arrestata, lasciando la libertà all’insofferenza di procedere indefessa.

Il film di Giordana non soddisfa affatto la mia insofferenza e non la placa. Ci sarà anche quell’attenuante lessicale dal duplice significato a titolare il lavoro, ma potrei provare quasi rabbia per queste citazioni a volte abusive. La verità sui fatti di quel 12 dicembre del 1969 ci sono, eppure dal film non fuoriesce che un’ipotesi accantonata – a detta di D’ambrosio – per bocca di un Commissario. E ci ritroviamo con le righe dei quotidiani che si infittiscono di giochi polemici e ricostruzioni soggettive e non, che vedono un giudice dare ragione ad un giornalista condannato dalla giustizia italiana per i crimini di cui sono graffiati gli anni ’70 e tanti protagonisti dei fatti, spettatori dell’epoca, passanti distratti di quegli anni, continuare a nascondersi dietro la complessità, giustificazione nuda protetta solo dalla pigrizia di alcuni e dalla reticenza di altri. È chiaro che ricostruire quel ritaglio di storia d’Italia sarà un’operazione complicata, ma non credo lo sarà più di altre. Ed ecco perché non mi accontentò più della vaghezza e delle frasi lapidarie e traballanti “era una guerra civile”, “non si saprà mai dov’era la ragione e dov’era il torto”, “non si individueranno mai colpevoli ed innocenti”. Sono cresciuta con fumetti, film dalle sceneggiature quasi perfette, le puntate della Signora in Giallo, a volte viste controvoglia, certezze riguardo all’inaffidabilità dell’essere umano, ma anche tanta fiducia nella sua voglia di raccontarsi e raccontare. A volte per mera vanità, a volte perchè la vergogna sarebbe insopportabile, a volte perché aumentano coloro i quali domandano e le risposte hanno bisogno di credibilità.

Spero comunque che in molti decidano di vedere il film di Giordana nonostante gli “imperdonabili” – per autorevoli attori dell’epoca – errori di ricostruzione storico-giuridica, è comunque un ottimo strumento per risvegliare in tutti quanti il movimento assopito del guardarsi alle spalle e riaccedere le luci. Più d’una. Ne hanno bisogno i familiari che si vedono schiaffeggiati dai venti delle ragioni differenti, ne ha bisogno questo Paese per poter iniziare a rendersi conto che autodefinirsi  “democrazia giovane”  è una scusa suicida.

Il mio sospetto è che James Cameron ce l’abbia piccolo e vabbé lo so che è un luogo comune

Rubrica
Il demolitore

IL MIO SOSPETTO E’ CHE JAMES CAMERON CE L’ABBIA PICCOLO E VABBE’ LO SO CHE E’ UN LUOGO COMUNE
a cura di Pietro Romeo

Ogni volta che ti vedi un film al cinema e poi finisce e si accendono le luci ed esci dalla sala e te ne vai in giro per strada, accade di solito una cosa strana: per il primo quarto d’ora, minuto più minuto meno, ti muovi e agisci come se fossi Kevin Costner che deve fare con urgenza una telefonata essenziale – una telefonata da uomo chiave – da una cabina telefonica (nella maggior parte dei casi ad un agente in incognito della CIA). Insomma, è così che ti senti per un po’: ti senti un personaggio fondamentale per lo sviluppo narrativo della tua città, la città in cui hai la residenza. Mentre passeggi pensi che gli altri ti osservino e si chiedano chissà cosa stai per fare adesso, cosa t’inventi per modificare le faccende della metropoli.

Io a questo fenomeno di transfert psico-cinematografico gli ho dato pure un nome una volta, un nome vagamente azzeccato e per giunta un po’ divertente, di quelli che ti rendono intelligente e pure simpatico agli occhi degli altri, solo che adesso purtroppo non me lo ricordo.

Comunque: se è vero che ogni volta che ti vedi un film al cinema e poi finisce e si accendono le luci ed esci dalla sala e te ne vai in giro per strada, accade tutto questo, c’è da dire che, nel millenovecentonovantasette quando mi ritrovai fuori dal cinema Odeon dopo aver visto Titanic con una mia ex intellettualmente dislessica, questa cosa a me singolarmente non mi accadde.

Mi accadde tutt’altro, mi accadde che non facevo altro che pensare al talento dei capezzoli di Kate Winslet. Dei capezzoli grandi e morbidi, irregolari, imperfetti, umani, meravigliosamente volgari: dei capezzoli che mi fecero capire finalmente la direzione da prendere nella mia vita in fatto di capezzoli di donna.

Dei capezzoli davvero talentuosi quelli della Winslet, talentuosi a tal punto che, quando poi tutte le altre parti del corpo della Winslet si rivelarono pure loro altamente talentuose, ci rimasi un po’ male. Avrei preferito insomma che la Winslet non fosse stata una donna tutta intera di talento, ma che fosse rimasta solo una donna con un’unica parte del corpo di talento: dei capezzoli di talento.

In pratica cominciai a pormi dubbi sul fatto che forse il talento dei capezzoli della Winslet discendeva direttamente dal talento della Winslet tout court e tutto ciò, purtroppo, toglieva loro, evidentemente, talento.

Ma poi pensai che in ogni caso i capezzoli della Winslet rimanevano dei capezzoli di talento. E così mi rasserenai definitivamente sul talento dei capezzoli della Winslet. E comunque ora basta col talento dei capezzoli della Winslet.

Ah, Titanic comunque, tutto sommato, è un film.

Un film che è costato un sacco di soldi e che pare che ricompaia nelle sale ogni quindici anni regolamentari. E infatti adesso, il calcolo della vita media, gli scienziati sondaggisti che non hanno aperitivi da fare stasera, lo fanno con i Titanic che escono al cinema.

Per esempio, dicono, la vita media in Italia è di cinque Titanic.

Ora però devo dire cosa ne penso di questa riedizione in 3D che è nelle sale proprio in questo periodo e allora vi dico che secondo me questa riedizione in 3D che è nelle sale proprio in questo periodo è il risultato più sublime dei disturbi megalomani di James Cameron.

Non mi pare si possa prendere in considerazione un’ipotesi critica alternativa, perché quando sei il regista del rumoroso kolossal che ha lanciato definitivamente Leonardo Di Caprio, e quando sei lo stesso regista del rumoroso kolossal che ha lanciato definitivamente degli antipatici mai-così-sofisticati effetti tridimensionali (Avatar, lo ricorderete), che tu sia megalomane mi pare il minimo di deduzione possibile; e dunque se poi ti metti pure ad autofecondarti facendo scopare incestuosamente il tuo primo kolossal rumoroso con il tuo secondo kolossal rumoroso, allora vuol dire che stai scrivendo una nuova storia nell’ambito dei casi psichiatrici. Significa che stai superando la tua stessa cartella clinica per raggiungere una nuova vetta di paranoia della gloria. Una paranoia della gloria che manco Scarface: probabilmente perché ce l’hai piccolo, come da luogo comune.

E comunque, nonostante la sospetta ipodote, d’altra parte, che fortuna James Cameron: uno dei pochi uomini al mondo in grado di tirare su quantità incommensurabili di grana da un disagio psichico. Cacchio, piacerebbe anche a me, anch’io vorrei fare un sacco di soldi sfruttando il mio disturbo somatoforme indifferenziato.

Stavo pensando: ma voi ce lo vedete James Cameron a girare un film low budget? No, perché secondo me assistere ad una cosa del genere è tanto improbabile quanto vedere Fabrizio Corona in  Corso Buenos Aires al volante di una Skoda Felicia. Avete presente la Skoda Felicia? Se non ce l’avete presente andate su google immagini e date un’occhiata. Non esiste automobile più rassegnata in circolazione.

Ma comunque niente, queste due cose non si avvereranno mai: né il low budget di Cameron, né il Fabrizio Corona al volante di una Skoda Felicia.

Perché questo è un cacchio di mondo. Eh sì, lo dico sempre ma non lo scrivo mai che questo è un cacchio di mondo senza senso dell’umorismo.

Io comunque forse ci vado a vedermelo al cinema Titanic in 3D, e non è che ci vado solo per vedere i capezzoli della Winslet con un nuovo senso della profondità; è che il cinema sarà di sicuro affollato di gente e a me piace stare in mezzo a dei deficienti recidivi: mi fa sentire un intelligente recidivo.

Act of Valor


titolo originale Act of Valor
nazione U.S.A.
anno 2012
regia Mike McCoy, Scott Waugh
genere Azione
durata 111 min.
distribuzione M2 Pictures
cast A. Veadov (Christo) • R. Sanchez (Lisa Morales) • N. Serrano (Walter Ross) • T. Gibbs (J.C. Palmer) • D. Marinov (Karimov) • A. Marshall (Jackie Engel)
sceneggiatura K. Johnstad
musiche N. Furst
fotografia S. Hurlbut
montaggio S. Prior • M. Tronick • S. Waugh
uscita prevista 4 Aprile 2012


Una squadra altamente specializzata di Navy SEALs viene mandata sotto copertura a salvare un agente della CIA sequestrato dai terroristi.

a cura di Claudio Gianvincenzi (voto 2/10)

Al Ministero della Difesa degli Stati Uniti d’America si è presentata un’esigenza.
«Signori, qui servono nuove reclute. Ormai questi ragazzi hanno internet, hanno gli smartphone, con i vecchi filmati persuasivi e gli ufficiali che vanno a parlare nelle scuole non ci cascano più»
«Ho un’idea: facciamo un film»
«Seh, capirai. È da quando è nato il cinema che lo usiamo come strumento di propaganda. Il 99% dei film che escono sono solo propaganda, dovresti saperlo»
«Certo, ma io ho un’idea migliore. Non lo facciamo interpretare dalle solite superstar: stavolta usiamo VERI SOLDATI»
«Ma è geniale! Così facciamo passare pure il messaggio che se ti arruoli magari diventi un attore famoso!»
«Il cast è presto fatto: protagonisti, ovviamente due WASP; poi ci mettiamo un afroamericano grosso e forzuto ed uno agile e furbo; un cecchino dal sangue freddo, un ispanico che si è salvato da una vita di violenza nelle gang andando a fare la guerra; senza dimenticare il vecchio capo saggio e duro. Ah, sì, pure una soldatessa tosta e coraggiosa esperta di computer. Sai, per le pari opportunità, così magari accalappiamo pure qualche donna»

Milioni di dollari di finanziamenti dal Pentagono, produzione faraonica, campagna pubblicitaria martellante, sostegno del Governo: successo assicurato.
Subito però si è posto un problema: chi scegliere per il ruolo dei cattivi? I musulmani, i sudamericani, i messicani, gli est europei, gli africani, gli ebrei o quelli del Sud-est asiatico?
È presto risolto: un narcotrafficante sudamericano ebreo di origine ucraina si allea con un amico di infanzia terrorista islamico per compiere attentati negli USA utilizzando kamikaze filippini addestrati in Somalia che dovranno oltrepassare il confine americano con l’aiuto dei cartelli messicani.

E quindi via: una squadra di militari scelti, ovviamente i migliori, devono liberare una bella figa rapita che è un’agente della CIA, e grazie ad un cellulare trovato nella baracca dove era tenuto l’ostaggio vengono a conoscenza di un piano terroristico per far crollare l’economia americana.
Chissà quali sms erano rimasti in memoria: “Allora x qll’attentato è ttt ok, c ved al conf cn l’esplosivo, vengono pure Marcos e Mohamed ke m hanno tel ieri. Bacioni terroristi”.

Tra una sparatoria e un’esplosione a catena, i buoni trovano il tempo di parlare dei veri valori che contano nella vita.
«BANG! BUM! Non vedo l’ora di tornare da mia moglie, aspettiamo un bambino. BUM! BANG!»
«Sarai un padre fantastico, vedrai. STATATATAN!»
«SBEBEM! Fare il padre è più difficile che fare la guerra. SBUBUM!»
«Sei sempre il solito buontempone. STUN! STUN! STUN!»
«SBROAM! Sentono la nostra mancanza, ma tutto questo lo facciamo per loro. PAM! PAM!»
«PUM! PUM! Dobbiamo difendere i valori della libertà e della famiglia da queste bestie. SBANG!»
«L’hai beccato il non-americano che è malefico e urla?»
«Chiaro»

Naturalmente ciascuno dei Navy SEAL ad attenderlo a casa ha un pezzo di figa che lo ama tantissimo, com’è logico che sia per chi sta dalla parte del Bene e combatte contro il Male.
La sapiente sceneggiatura, la fotografia curatissima ed il montaggio serrato fanno capire che ammazzare è una figata, e se capita di morire è ancora meglio, perché agli eroi spettano funerali davvero appassionanti.
Poi in mezzo alle fiamme, alle raffiche di mitra, alla gente che salta e ai fuoristrada che impennano, ogni tanto si percepiscono persino dei pezzi di film.
Ovviamente vincono i soldati americani, perché sono delle bravissime persone.

Sui titoli di coda, carrellata di immagini di indimenticabili eroi americani come i vigili del fuoco dell’11 settembre e tutti coloro che armati solo di speranza, dolcezza e bazooka lottano quotidianamente per un mondo migliore. Ah, pure una foto particolarmente suggestiva di un ragazzino che guarda i cacciabombardieri che sfrecciano.
E c’è la canzone d’amore.

I sette euro per la pizza che mangerete invece di andare al cinema a guardarlo li vale tutti.

Tarnation

titolo originale Tarnation
nazione Stati Uniti
anno 2003
regia Jonathan Caouette
genere documentario fai-da-te
durata 88 min.
distribuzione n.d.
cast Jonathan Caouette, Renee LeBlanc, Rosemary Davis, Adolph Davis, David Sanin Paz
sceneggiatura Jonathan Caouette
musiche original music by: John Califra, Max Avery Lichtenstein
fotografia Jonathan Caouette
montaggio Jonathan Caouette, Brian A. Kates (co-editor)
uscita nelle sale n.d.

Tarnation è un documentario autobiografico incentrato sull’infanzia e sulla prima età adulta di Caouette, così come su sua madre Renee LeBlanc, che fu sottoposta da giovane ad elettroshock. Con un padre assente e una madre che lottava contro la malattia mentale, Caouette si ritrovò a vivere nell’area di Houston con i nonni, Adolph e Rosemary Davis, i quali, nonostante avessero una personalità segnata da diverse stranezze, riuscirono a fornire a Jonathan una struttura famigliare di grande supporto. Il film esplora la vita di Caouette mentre egli gestisce il proprio rapporto con la madre passando da figlio ad amico e, infine, perfino figura paterna, continuando a sviluppare la propria creatività come attore, scrittore e regista.

a cura di Sergej Brevjic (voto 7,5/10)

Jonathan Caouette è un ragazzo dal volto stropicciato e preoccupato, una mattina si sveglia si mette al computer cerca gli effetti collaterali di un’overdose di litio per poi chiamare in ospedale e chiedere informazioni sulla madre. Vive a New York con il suo compagno, ma viene dall’Illinois; la sua è stata (e per molti aspetti lo è ancora) una vita travagliata e intensa, al punto che ha creduto di poterne fare un film, o meglio un documentario.

Tarnation è quanto di più originale ma allo stesso tempo semplice si possa immaginare di vedere, e il coraggio sta proprio nel costruire questo film partendo quasi esclusivamente dal riversamento dei suoi super8 e dal ricomponimento degli stessi in un insieme intimo (i suoi monologhi “allo specchio”, i suoi teatrini, tutte le riprese in cui si confessa alla cinepresa casalinga) ritmico e fedele alla stessa realtà, non sono presenti ricostruzioni, solo “materiale di repertorio”, oltre ovviamente al raccordo al presente.

Una sorte crudele quella avversa ad una famiglia flagellata da continui macigni che si abbattono uno dopo l’altro e a cui assistiamo basiti: violenze domestiche, psicofarmaci, droghe scambiate per caramelle, alcool e disturbi mentali, una catena difficile da spezzare che gradualmente viene interrotta dal talento istrionico e naif di un ragazzo cresciuto bruciando inconsapevolmente le tappe, che parte per New York coltivando le sue doti attoriali e deciso a ricostruire – come una Torre di Babele fatta di frammenti ricomposti in un mosaico amatoriale che ha dell’incredibile organicità  (vincendo un altrimenti facile caos) – la sua esistenza e quella della sua disgraziata (tarnation) famiglia. Quello che traspare è un quadro sgranato e ricucito di una vita di provincia che incarna quel gotico americano kitch e inquietante  che si nasconde in quel conformismo e in quell’ignoranza che porta a disastrose conseguenze (i genitori della giovane  madre di Jonathan autorizzano l’elettroshock consigliato dai “medici”), sublimata in poesia da un’autodistruzione che si  fa volontà e viceversa. L’assenza di una vera e propria voce fuori campo, è supplita da lapidario testo che cronologicamente ci illustra gli accadimenti e le conseguenze spesso devastanti che coinvolgono Jonathan Caouette, l’autore di questo film montato in casa con un programma per Macintosh, e la sua famiglia composta da madre e dai relativi nonni, creando un vortice nero che ci immerge in un tunnel dal quale non si conosce via d’uscita e nel quale veniamo tirati dentro e attratti per seguire gli sviluppi dello sfacelo che si abbatte impietoso.

Angosciante sentito sincero malinconico, accompagnato da una splendida colonna sonora comprendente tra i migliori autori folk sperimentali e alternativi della scena musicale indipendente americana (per i cui diritti il budget è lievitato a un costo stimato di 218$) questo film, pardon documentario, si candida a rimanere un’opera delicata e straziante unica nel suo genere, di grande valore intrinseco e compositivo. Non è un film per tutti.

Tema portante del film:

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