Il mio sospetto è che James Cameron ce l’abbia piccolo e vabbé lo so che è un luogo comune

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IL MIO SOSPETTO E’ CHE JAMES CAMERON CE L’ABBIA PICCOLO E VABBE’ LO SO CHE E’ UN LUOGO COMUNE
a cura di Pietro Romeo

Ogni volta che ti vedi un film al cinema e poi finisce e si accendono le luci ed esci dalla sala e te ne vai in giro per strada, accade di solito una cosa strana: per il primo quarto d’ora, minuto più minuto meno, ti muovi e agisci come se fossi Kevin Costner che deve fare con urgenza una telefonata essenziale – una telefonata da uomo chiave – da una cabina telefonica (nella maggior parte dei casi ad un agente in incognito della CIA). Insomma, è così che ti senti per un po’: ti senti un personaggio fondamentale per lo sviluppo narrativo della tua città, la città in cui hai la residenza. Mentre passeggi pensi che gli altri ti osservino e si chiedano chissà cosa stai per fare adesso, cosa t’inventi per modificare le faccende della metropoli.

Io a questo fenomeno di transfert psico-cinematografico gli ho dato pure un nome una volta, un nome vagamente azzeccato e per giunta un po’ divertente, di quelli che ti rendono intelligente e pure simpatico agli occhi degli altri, solo che adesso purtroppo non me lo ricordo.

Comunque: se è vero che ogni volta che ti vedi un film al cinema e poi finisce e si accendono le luci ed esci dalla sala e te ne vai in giro per strada, accade tutto questo, c’è da dire che, nel millenovecentonovantasette quando mi ritrovai fuori dal cinema Odeon dopo aver visto Titanic con una mia ex intellettualmente dislessica, questa cosa a me singolarmente non mi accadde.

Mi accadde tutt’altro, mi accadde che non facevo altro che pensare al talento dei capezzoli di Kate Winslet. Dei capezzoli grandi e morbidi, irregolari, imperfetti, umani, meravigliosamente volgari: dei capezzoli che mi fecero capire finalmente la direzione da prendere nella mia vita in fatto di capezzoli di donna.

Dei capezzoli davvero talentuosi quelli della Winslet, talentuosi a tal punto che, quando poi tutte le altre parti del corpo della Winslet si rivelarono pure loro altamente talentuose, ci rimasi un po’ male. Avrei preferito insomma che la Winslet non fosse stata una donna tutta intera di talento, ma che fosse rimasta solo una donna con un’unica parte del corpo di talento: dei capezzoli di talento.

In pratica cominciai a pormi dubbi sul fatto che forse il talento dei capezzoli della Winslet discendeva direttamente dal talento della Winslet tout court e tutto ciò, purtroppo, toglieva loro, evidentemente, talento.

Ma poi pensai che in ogni caso i capezzoli della Winslet rimanevano dei capezzoli di talento. E così mi rasserenai definitivamente sul talento dei capezzoli della Winslet. E comunque ora basta col talento dei capezzoli della Winslet.

Ah, Titanic comunque, tutto sommato, è un film.

Un film che è costato un sacco di soldi e che pare che ricompaia nelle sale ogni quindici anni regolamentari. E infatti adesso, il calcolo della vita media, gli scienziati sondaggisti che non hanno aperitivi da fare stasera, lo fanno con i Titanic che escono al cinema.

Per esempio, dicono, la vita media in Italia è di cinque Titanic.

Ora però devo dire cosa ne penso di questa riedizione in 3D che è nelle sale proprio in questo periodo e allora vi dico che secondo me questa riedizione in 3D che è nelle sale proprio in questo periodo è il risultato più sublime dei disturbi megalomani di James Cameron.

Non mi pare si possa prendere in considerazione un’ipotesi critica alternativa, perché quando sei il regista del rumoroso kolossal che ha lanciato definitivamente Leonardo Di Caprio, e quando sei lo stesso regista del rumoroso kolossal che ha lanciato definitivamente degli antipatici mai-così-sofisticati effetti tridimensionali (Avatar, lo ricorderete), che tu sia megalomane mi pare il minimo di deduzione possibile; e dunque se poi ti metti pure ad autofecondarti facendo scopare incestuosamente il tuo primo kolossal rumoroso con il tuo secondo kolossal rumoroso, allora vuol dire che stai scrivendo una nuova storia nell’ambito dei casi psichiatrici. Significa che stai superando la tua stessa cartella clinica per raggiungere una nuova vetta di paranoia della gloria. Una paranoia della gloria che manco Scarface: probabilmente perché ce l’hai piccolo, come da luogo comune.

E comunque, nonostante la sospetta ipodote, d’altra parte, che fortuna James Cameron: uno dei pochi uomini al mondo in grado di tirare su quantità incommensurabili di grana da un disagio psichico. Cacchio, piacerebbe anche a me, anch’io vorrei fare un sacco di soldi sfruttando il mio disturbo somatoforme indifferenziato.

Stavo pensando: ma voi ce lo vedete James Cameron a girare un film low budget? No, perché secondo me assistere ad una cosa del genere è tanto improbabile quanto vedere Fabrizio Corona in  Corso Buenos Aires al volante di una Skoda Felicia. Avete presente la Skoda Felicia? Se non ce l’avete presente andate su google immagini e date un’occhiata. Non esiste automobile più rassegnata in circolazione.

Ma comunque niente, queste due cose non si avvereranno mai: né il low budget di Cameron, né il Fabrizio Corona al volante di una Skoda Felicia.

Perché questo è un cacchio di mondo. Eh sì, lo dico sempre ma non lo scrivo mai che questo è un cacchio di mondo senza senso dell’umorismo.

Io comunque forse ci vado a vedermelo al cinema Titanic in 3D, e non è che ci vado solo per vedere i capezzoli della Winslet con un nuovo senso della profondità; è che il cinema sarà di sicuro affollato di gente e a me piace stare in mezzo a dei deficienti recidivi: mi fa sentire un intelligente recidivo.

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Glenn Close, dove sei mentre io peso le zucchine nel reparto ortofrutta della Pam?

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GLENN CLOSE, DOVE SEI MENTRE IO PESO LE ZUCCHINE NEL REPARTO ORTOFRUTTA DELLA PAM?
a cura di Pietro Romeo

Ci sono feste massoniche e feste massoniche. Mica sono tutte uguali. Certo, in ogni caso si tratta di party privati assolutamente inaccessibili per chi come noi compra a rate la nuova Opel Corsa, e però c’è da dire che alcune di queste feste te le puoi guardare in diretta su Sky Cinema oppure te le puoi scaricare da internet il giorno dopo e rivederle tutte le volte che vuoi. In pratica sono feste massoniche Open Source.

Una di queste è tipo la cerimonia degli Oscar, anzi – mi correggo che detta così pare quasi un battesimo a Viterbo – la notte degli Oscar: perché si sa, la parola notte fa sempre un certo effetto.  Noi scemi, le persone, la elaboriamo come promessa assicurata di fascino.

Certo. Fascino. Sì.

Fascinosa è la notte, di solito. Ma non sempre, stando a vedere Brad Pitt e Angelina Jolie sul red carpet.

Questi due, che parevano così belli qualche anno fa, prima di conoscersi e fare sesso e riempire il carrello della spesa di bambini, ora che stanno insieme sono inguardabili. Il sospetto è che si siano innamorati per diventare brutti.

A lui, cacchio, gli stanno per terminare gli occhi.

Fine delle pupille, stop – sembrano dire le sue palpebre, ormai ridotte a due feritoie per monete da cinque centesimi. Se, come io ipotizzo, Brad è uno di quelli che rema contro la blefaroplastica, ha di certo un futuro come distributore automatico di sigarette.

Per ciò che riguarda lei, invece, pure se si presenta ai fotografi con uno spacco in stile Belèn sopravvalutabile dalla sottovalutabile critica mondiale, a guardarla bene sembra quasi che stia completando l’upload dei connotati facciali di suo padre. Per chi non lo sapesse, John Voight; e per chi non sapesse neanche questo glielo dico io: John Voight truccato male non è un bello spettacolo.

Non lo so, và: la gente diventa brutta e nemmeno se ne accorge. Tant’è che questi due vanno in giro tutti convinti di essere ancora materia di sogni per i cittadini di questa città e di quest’altra; ed è sicuro che è così, altrimenti non si permetterebbero il lusso di sparare ai giornalisti frasi a casaccio del tipo “I bambini sono a casa e io indosso un Versace”.

Un po’ come dire “Ho comprato una cassa da sei di Merlot per la cena di domani e mia nonna ha l’Alzheimer”.

Dichiarazioni che se ci cerchi una logica, ti ritrovi a frugare pure dentro il cassetto della schizofrenia bipolare nella stanza degli ospiti. Senza trovare niente.

Ad ogni modo, fortuna che a questa festa non c’erano solo loro. Perché se è vero che ci sono feste massoniche e feste massoniche, è altrettanto vero che ci sono massoni e massoni e che alcuni di essi mi stanno simpatici al punto che ci vorrei pure andare a letto. Nel senso, mi piacerebbe avere con loro un rapporto completo e soprattutto non protetto. Se poi sarà amore si deciderà.

Ovvio che parlo di massoni femmine non accoppiate a Brad Pitt, ma nemmeno di quelle altre accoppiate a Luc Bessòn. Troppo facile dire che Mila Jovovic è fregna. E’ una constatazione che non ha nulla di patologico e che dunque non può insegnarci nulla.

Invece io, da quando ho visto l’ultima notte degli Oscar, non faccio altro che pensare: “Ma dov’è Glenn Close mentre peso le zucchine nel reparto ortofrutta della Pam?”

Ragazzi: sessantacinque anni, e vabbé, sì, chirurgia plastica a manetta. Ma chissenefrega. Io voglio andarci a letto con lei.

Sarà che è perché sto invecchiando e che invecchiando io invecchiano pure i miei sogni erotici? Può darsi.

Per esempio quando avevo vent’anni il mio desiderio proibito era di andare a letto con una quarantenne e si capisce facile che ora tutto questo non avrebbe più senso. Ché se alla mia età – trentadue – vai a letto con una quarantenne, non hai fatto nulla di speciale. Al massimo hai assecondato la biologia.

Perciò guardo più in là, nelle vulve d’epoca; perciò m’innamoro di una bella sessantacinquenne miliardaria ben conservata sotto ambra.

Glenn Close, dove sei mentre io peso le zucchine nel reparto ortofrutta della Pam?

Glenn Close, pure questa volta te ne sei tornata a casa senza nemmeno una statuetta. Al posto tuo se l’è presa un iraniano che così ha potuto fare un discorso poetico alla propria nazione e far commuovere tutti e che così ha potuto far fare una bella figura pure alla tua di nazione che, vista sotto questa truffa, sembra proprio un’educata democrazia della speranza per tutti.

Ma in ogni caso perché adesso sto parlando della premiazione? Perché sto uscendo fuori tema? Glenn Close, dove sei mentre io peso le zucchine nel reparto ortofrutta alla Pam?

Non so darmi risposta. E però dubito che tu stia pesando delle zucchine al reparto ortofrutta di un 7-eleven e che ti stia chiedendo dove sono io mentre tu pesi le zucchine al reparto ortofrutta di un 7-eleven.

Io nella vita non voglio fare l’Alessandro Siani

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IO NELLA VITA NON VOGLIO FARE L’ALESSANDRO SIANI
a cura di Pietro Romeo

Nella vita si parte spesso da un presupposto. E’ una cosa che facciamo tutti, per esempio quando stiamo discutendo animatamente con qualcuno.

– Allora, partiamo da un presupposto – gli diciamo, specie se ci stiamo cominciando veramente ad incazzare perché lui mica abbassa la cresta, il cretino. Pure se è evidente che sta sbagliando.

Io oggi per la verità non sto discutendo con nessuno, ma voglio partire lo stesso da un presupposto.

E allora partiamo da un presupposto: detesto Alessandro Siani.

Detesto Alessandro Siani e anzi, non lo detesto e basta. Qualcosa di più. Solo che nel nuovo Zingarelli – ho controllato fino a ieri – non è ancora stata creata la voce che esprime correttamente i sentimenti che mi muovono nei confronti di questa forma di vita casualmente nata a Napoli.

E perciò mi devo accontentare di ciò che passa il dizionario.

Cacchio, non riesco proprio a capire come certa gente possa scritturare Alessandro Siani per fare un film; cacchio, non riesco nemmeno a capire come certa gente possa invitarlo ad una trasmissione televisiva; e, giusto che ci siamo, cacchio, non riesco nemmeno a capire come certi parenti stretti possano chiedergli di venire a pranzo domenica prossima.

Ma forse, che tutte queste cose qui non le riesco a capire, dipende dal fatto che io Alessandro Siani non lo vorrei nemmeno come zio d’America che mi lascia inaspettatamente una fortuna.

Se tipo domani mi chiama la Federal Reserve per informarmi che il magnate italo-napoletano Alessandro Siani, poco prima di morire, mi ha intestato sei grattacieli a Manhattan e un’isola sul pacifico, io riattacco. Ve lo giuro. Riaggancio il ricevitore come se ho appena ricevuto una telefonata in piena notte da un call center Fastweb.

Ragazzi, ma ci pensate? Viviamo in un mondo in cui Alessandro Siani fa l’attore comico.

Certo, poteva andarci pure peggio. Poteva succedere per esempio che Dio quarant’anni fa lo faceva comparire su questo pianeta, Alessandro Siani, per fargli fare il nostro ferramenta sotto casa. E lì forse sarebbero stati veramente cazzi. Immaginate un po’ che incubo una realtà alternativa dove Alessandro Siani se ne intende di cacciaviti a stella.

Hai bisogno di 6 reggimensola ad L e una ventina di tasselli da 14, entri in bottega e ci trovi lui, Alessandro Siani, in antipatia ed ossa. Lui con i suoi occhi azzurri, i più sprecati di tutta la storia dell’iride. Lui e la napoletanità innaturale di chi vuole fare a tutti i costi il napoletano naturale.

Perché – non ditemi adesso che non ve n’eravate accorti – Alessandro Siani, non è un napoletano naturale. Semmai è un napoletano ossigenato; che ogni volta che lo vedi sembra appena uscito dal parrucchiere del campanilismo.

E il campanilismo a me fa un po’ schifo. Ma io sono un tipo strano, si sa. Uno che non va al cinema a vedere un film solo perché nel cast c’è Alessandro Siani è uno strano. Perché c’è un sacco di gente al contrario che va al cinema a vedere un film solo perché nel cast c’è Alessandro Siani. Pure troppa, a sentire gli incassi di “Benvenuti al nord”.

A proposito: un piccolo inciso in corsivo sul regista di questo secondo capitolo della saga, Luca Maniero. Mi preme qui sottolineare la stima che nutro per quest’uomo, uno che ha un sacco di idee per mettere su un po’ di pila, se è vero che è riuscito nell’intento di fare il sequel di un remake. 

La sua prossima mossa? Probabilmente il prequel di un sequel.

Tornando a noi: ho pure un altro valido motivo per non andare al cinema a vedere un film nel cui cast c’è Alessandro Siani. E l’altro motivo è che Alessandro Siani me lo consiglia pure mia suocera. E perciò sono sicuro che diventare un suo ammiratore è un affare più o meno come comprare un grande capolavoro del novecento su Telemarket.

Ora, alla luce di tutte queste mie considerazioni, prendo in conto l’eventualità che leggendomi  Alessandro Siani s’incazzi un po’ con me e che io gli divenga antipatico almeno la metà di quanto lui sta antipatico a me. E allora poi finisce che pure lui vuole mettersi a dire cose fastidiose sul mio conto, solo che magari non sa da dove cominciare, visto che io sono un perfetto sconosciuto per questo pianeta.

Non gli faccio sprecare tempo e gli suggerisco io qualcosa per cui vale la pena di prendermi in giro: caro Alessandro Siani, sappi che ho un sacco di anni e che ancora non so cosa fare della mia vita e che l’unica cosa che so, caro Alessandro Siani, è che nella vita non voglio fare l’Alessandro Siani.    

Non esistono più i diritti di recesso di una volta

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NON ESISTONO PIU’ I DIRITTI DI RECESSO DI UNA VOLTA
a cura di Pietro Romeo

Ora: la notizia è che a Liverpool, di sera, certa gente è andata al cinema. Che ha pagato alla cassa un biglietto e un pacco di Pringles gusto paprika e che poi si è seduta a godersi lo spettacolo.

E fin qui nessuna anomalia del sistema.

Ma si dà il caso che ormai è diventato demodé scaricare le proprie frustrazioni personali in uno sportello postale o all’INPS, e allora si dà il caso che la certa gente di cui sopra ha deciso che è arrivato il momento di piantare un casino anche al cinema. E allora si dà il caso che dieci minuti dopo l’inizio della proiezione la certa gente di cui sopra si è alzata dalle poltrone ed è andata a chiedere alla cassa il rimborso del biglietto perché: cioè è inammissibile, nessuno ci aveva avvertito che questo film, com’è che si chiama, The Artist, era un film muto. 

Un abuso di diritto di recesso, in pratica; una rivoluzione del diritto di recesso, in pratica; in pratica, da Liverpool in poi, non esisteranno più i diritti di recesso di una volta.

Ma insomma, voi ne avevate già sentito parlare da qualche parte di questa specie di storia di fantascienza ambientata in Inghilterra? Se non ne avevate sentito parlare, e questa è la prima volta, ve lo dico io cosa state pensando adesso: state pensando che viviamo in un mondo diversamente abile, in un pianeta handicappato. Ecco che state pensando.

E’ la prima reazione intellettuale che il cervello cinefilo mette in pratica a contatto con questo lapillo di recente cronaca cinematografica. Grandi estimatori della settima arte che non siete altro, vi sentite un po’ offesi da cotanta volgarità di certa gente di Liverpool. Lo sento; la state prendendo come un fatto personale.

Io invece no. Riesco a mantenere le distanze e dunque riesco a guardare l’accaduto da una prospettiva genuinamente razionale.

Non sono indignato come voi per il rispetto che si deve a questa categoria artistica, e piuttosto mi metto a speculare sul fatto che andare al cinema, dal punto di vista pratico, non è esattamente la stessa cosa di ordinare un panino dal kebbabbaro.

Nel senso, quando siete affamati al di là di un bancone con delle piastrelle in stile damasco potete scegliere voi i condimenti, selezionare il vostro prodotto. Per la serie: metti insalata verde e pomodori, no, non mettere cipolla, no salsa piccante no, solo salsa allo yogurt.

Invece, quando si va al cinema, anche se esiste quella specie di antipasto che i più sofisticati chiamano trailer, è un po’ come andare ad un appuntamento al buio con una tizia che hai rimorchiato su Badoo. Ché se poi non ti piace, non è che rivuoi indietro i soldi della cena o quel pezzo di vita vissuta.

E allora, se la mettiamo su questo piano, cosa avrei dovuto fare io quel giorno – storia vera – in cui m’imbattei in un sordomuto logorroico?

Tu ti aspetti che questo non parla e perciò credi che la conversazione sarà breve e sterile e invece finisce che il tipo ti attacca un pippone di sei anni luce, utilizzando tre morfemi pseudosintattici in grado di riassumere la quantità di informazioni racchiusa in tutto lo scibile umano.

In pratica, una disavventura diametralmente opposta a quella vissuta da certa gente di Liverpool, la certa gente che si aspettava dei dialoghi e tutto quanto e che si è invece dovuta accontentare del silenzio. Solo che io, al contrario di questi, in quella circostanza non andai a lamentarmi al botteghino.

Perché sono uno che ragiona io. E che ragiona pure troppo. E che certe volte rimugina a tal punto da diventare paranoico. Una specie di complottista, uno che guarda le cose dallo specchietto retrovisore.

Ed infatti adesso vi espongo la mia ultima teoria della cospirazione, che poi è un altro modo per spiegare logicamente come possa essere accaduto a Liverpool questo fatto che è accaduto a Liverpool.

Voi però promettetemi di prendermi con le dovute molle. Non vi incazzate insomma: ripeto, è solo un’ipotesi dettata dalla mia paranoia.

In pratica io, in tutta questa faccenda, per certi versi non ci vedo chiaro e perciò penso, papale papale: “Ma non è che è tutta una montatura per far lievitare le quotazioni in borsa di questo film in vista della cerimonia degli Oscar?”

Nel senso: lo sapete che le strategie del marketing sono infinite, come le vie del signore e le galassie dell’universo. Sono concetti a cui sarete stati costretti pure voi ad abituarvi; nonostante lo sappiamo tutti come ci si sente dopo aver scoperto che due rette parallele non s’incontrano mai. E’ un trauma, indubbiamente, e comunque siete stati in grado di superarlo.

E perciò supererete anche questo. Pure se adesso non riuscite proprio ad accettarla la mia dietrologia; ad accettare cioè di demolire quell’aura sublime che gravita attorno all’ultimo lavoro di Hazanavicius.

 

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